Archivio mensile:dicembre 2013

Semplicità e religione

simpleEra l’estate del 2002, un anno che ora pare lontano. Era un’estate calda, afosa e difficile da sopportare, ma tutto sommato ci si divertiva, si stava bene. Quell’anno mia madre, come al solito, iscrisse me e mio fratello all’estate ragazzi dell’oratorio salesiano di fronte a casa. Era, ed è tutt’ora, proprio un bel posto. C’erano i campetti da calcio, quello da basket, i calcio balilla, il biliardino e tante altre fonti di divertimento per noi bambini scontenti ed annoiati. Devo ammettere che pur non essendo mai stato un fanatico dello sport e del movimento in generale, trovavo interessante l’avere tutta “quella roba” in unico posto. Mi piaceva poter provare ogni giorno nuovi ruoli sportivi. Una volta ero un portiere incapace, la volta dopo il cestista fortunato.

Nonostante ciò, qualcos’altro mi incuriosiva, qualcosa in grado di contraddistinguere quegli anni. Era la fantasia, la tenacia e la passione che i nostri animatori mettevano in campo tutte le volte. I ragazzi con quel poco che avevano scuotevano davvero la terra dalle fondamenta e a noi sembrava di ballare. Non grazie ai vari “inni” che di anno in anno si sostituivano ad ogni nuova edizione, ma grazie alle energie che si riusciva tutti insieme a liberare. Certo, detto così, sembra che tutto fosse rose e fiori o peggio che fosse tutto perfettamente organizzato. La realtà è ben diversa. Incomprensioni, problemi tecnici e qualche favoritismo,  erano all’ordine del giorno, ma più di tutto c’era la preghiera al mattino e alla sera. Devo ammettere che difficilmente riuscivo a farmela andare giù, ma in fondo mi sembrava un compromesso equo, contando ciò che si faceva. Fu questo il mio primo approccio con la religione e con la chiesa. Era facile, bello e divertente. In fondo non si doveva fare molto altro se non giocare, ma è stato crescendo che le cose sono cambiate. Qualcosa si spezzò e smisi di frequentare il luogo dove in un modo o nell’altro ero cresciuto. Entrai nella fase ribelle della mia vita. Si scatenò in me la voglia di urlare, spaccare e distruggere. Così mi ritrovai nel pieno di un’esplosione vulcanica dove a volare non erano le ceneri o i piroclasti, bensì gli slogan preconfezionati e la musica ad alto volume. Alla preghiera si sostituì la battutaccia, la parolaccia e il rock and roll, smisi di andare a messa e comincia a dubitare dell’esistenza di Dio. Malgrado ciò rimase in me un ricordo dell’infanzia legato alla fede. Smisi di pregare per un qualcosa che non riuscivo a comprendere, una trinità che è anche uno, no, era troppo complesso. Ridussi Dio ai minimi termini. Pensai che il messaggio potesse essere racchiuso in poche parole: amore, umiltà e semplicità. Col passare del tempo e nonostante le follie adolescenziali, questi tre concetti acquistarono un maggiore spessore. Cessavano d’essere semplici concetti e si caricavano di esperienze, ricordi e vita reale. Anche se talvolta me ne dimenticavo (e me ne dimentico tutt’ora) li trovo fondamentali per la riuscita di tutti i propri progetti e mi stupisco di come non significhino nulla per molte persone. Infatti quando si tratta di stilare la lista dei miei “eroi” mi baso più sulle loro capacità morali, che sulla loro notorietà. Ed oggi, in un mondo che è sempre più complesso e sfuggente chi riesce ad essere semplice ed umile conquista il mio rispetto e la mia stima. E’ per questo che dopo tanti anni di abbandono e critiche incessanti al mondo ecclesiastico mi permetto di difendere questo papa. Egli è, senza esagerazioni o idolatrazioni di sorta, il rivoluzionario giusto al posto giusto. E’ un umile, uno semplice, uno giovane e sopratutto uno che ascolta e che si mette in gioco. E’ proprio questo di cui ha bisogno il nostro mondo. Non di nuove manovre economiche, nuove espansioni finanziarie, nuovi corrotti e nuovi mafiosi (canditati in partiti morti e resuscitati). No, ora abbiamo bisogno di amore, umiltà e semplicità.

Nader Moukarzel , dal suo blog “Lebano” http://l-ebano.blogspot.it/

Forconi e primavere, un paragone azzardato

Talvolta ci si spinge troppo in là con i paragoni, solo per fare notizia e scalpore. Ma davvero la rabbia può accomunare le proteste delle due sponde del mediterraneo o di altre aree geografiche?

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Spesso e volentieri ci si spinge oltre nel paragonare cose troppo diverse tra loro. La protesta del movimento del 9 dicembre è solo una tra le tante che hanno, e che continuano, a caratterizzare il mondo dei favolosi anni 2000. Eppure continua ad essere accostata a tumulti e insurrezioni diversissimi tra loro, nel disperato e mal riuscito tentativo di comprenderne le origini e le finalità. Come se paragonare bianco e nero servisse a qualcosa per comprendere cos’è e da dove viene il giallo. Le sommosse e le piazze si riempiono con cadenze quasi regolari da nord a sud, da est a ovest senza distinzioni, ma per i motivi più vari. E non sono solo i paesi occidentali, o moderni che dir si voglia, a rendersi protagonisti. Come si può non tenere conto della primavera araba che ha coinvolto tutto il mondo medio orientale? Un avvenimento così imponente e fondamentale da segnare il proprio tempo in maniera più che incisiva.

Le rivolte nel nord Africa hanno portato alla caduta dei dittatori, che da troppi anni gestivano il proprio paese come se fosse il loro giardino. In Siria poi, la rivolta si è trasformata prima in sommossa violenta ed infine in una guerra civile che non riesce a placarsi. Insomma non solo l’Italia, ma il mondo intero è scosso da ogni sorta di movimento e insurrezione che, nella maggior parte dei casi, si portano dietro richieste non molto precise ed eterogenee tra loro. Un po’ come quelle proposte dal movimento dei così detti “Forconi”. Quindi esiste un qualche collegamento tra il movimento, tipicamente italiano, e le sommosse degli altri paesi ed in particolare con la primavera araba? In altre parole, le rivolte sono tutte uguali purché siano guidate dalla rabbia verso le istituzioni ed il potere oppure cambiano col mutare degli scenari e dei contesti nei quali sono inserite?

Cominciamo facendo un po’ d’ordine. La rivolta dei popoli del medio oriente è stata guidata da una richiesta ben precisa: voglia di democrazia e libertà. Il popolo chiedeva di poter uscire, dopo anni di angherie e soprusi, da una situazione di dittatura, di assenza di diritti civili e, in taluni casi, da una completa mancanza dei più fondamentali diritti umani. In paesi come l’Egitto, la Tunisia e la Libia, non esistevano la libertà di stampa, di pensiero e di parola. E chi incautamente tentava di rompere le catene dell’anti-libertà pagava la propria audacia a caro prezzo. In Italia invece, nonostante la crisi, il numero di poveri in aumento, la disoccupazione galoppante e le tasse che non accennano a diminuire, non si può, con tutta onestà, affermare di vivere in uno stato di polizia perenne. In altre parole la democrazia italiana soffre, e pure tanto, ma non è ancora morta. Certo la situazione non è delle più rosee e per certi versi può essere paragonata a quella pre-primavera nei paesi mediorientali, ma le finalità della lotta e le modalità sono radicalmente diverse. I ragazzi di piazza Tahrir lottano per il diritto di critica, per la libertà di dissentire e di cambiare opinione, lottano per un concetto democratico di paese e sono pronti a morire per questo. I ragazzi di piazza Castello lottano invece per la mancanza di lavoro, per l’assenza di un futuro economico solido e per l’assenza di risposte concrete dal mondo della politica. La richiesta di maggiore democrazia è solo un effetto collaterale, successivo alla richiesta di tornare alla ricchezza che caratterizzava gli anni pre-crisi.
Mondi diversi, gioventù diverse, problematiche diametralmente opposte e che, pur forzandole, non possono stare in rima, non nello stesso sonetto della contestazione.

Un secondo punto da sottolineare riguarda il contesto storico-sociale, passato e presente. Il mondo occidentale in generale è caratterizzato da una società estremamente complessa, ricca e super variegata. Che a partire dagli anni ’90 in poi, con l’avvento della globalizzazione, ha spezzato la vecchia logica partitica, basata su formazioni politiche che raggruppavano interessi e valori ben precisi, incarnati inoltre da un ceto sociale chiaramente definito. La società di oggi al contrario è quella che si è resa protagonista della non meglio definita “morte degli ideali”. Concetti come religione, famiglia e politica, un tempo pilastri fondanti, oggi invece si incamminano sulla via del tramonto. E’ quindi possibile assistere alla vincita del qualunquismo e del generalismo dilagante che danno vita a slogan (più che ben voluti) del tipo “né di destra né di sinistra”, esaltando, tra le altre cose, una nuova forma di cittadinanza e di nazionalismo, concetti che fino a poco tempo fa erano considerati più legati allo sport che alla politica.

La società del mondo arabo invece, coltiva ancora dentro di sé un sistema di valori ed interessi fortemente clientelare, particolarista e molto legato alle passate tradizioni. La cultura dei luoghi e delle origini così come la religione giocano un ruolo vitale nella costruzione delle identità dei singoli. Inoltre contribuiscono enormemente nella fondazione delle appartenenze collettive. Prima dell’affermazione politica del singolo si assiste all’accettazione del codice morale, etico e religioso del proprio gruppo. Proprio quest’ultimo tende a soffocare il forte individualismo, l’appartenenza ad un insieme di individui rende il singolo così legato alla comunità da non sentire il bisogno di esprimersi in quanto singolo. Tutto ciò modifica radicalmente la partecipazione politica, perché il singolo si esprime negli stessi modi e linguaggi tipici della propria comunità. Infatti più che di partecipazione sarebbe più corretto parlare di devozione.
Inoltre nei paesi medio orientali  lo stesso concetto di politica è ben diverso da quello prettamente occidentale. In questi paesi infatti non si è assistito alla nascita e allo sviluppo di concetti come lotta di classe, liberalismo, socialismo etc… Anzi, ad eccezione dell’Egitto nasseriano dei primi anni 70, i più semplici concetti di nazione e stato non subiscono alcun processo d’integrazione. Il nazionalismo stesso non esiste, viene letteralmente sacrificato in favore di un concetto molto più complesso e particolare come quello del patriottismo delle comunità.

Davvero ogni rivoluzione è diversa dalle altre? Non c’è proprio nulla che le accomuna? Logicamente dei punti comuni a tutte le insurrezioni esistono. Si possono paragonare modi, linguaggi ed alcune richieste, ma è tutto lo sfondo a mutare. Uno slogan urlato in piazza Castello può lessicalmente parlando essere simile, o addirittura identico, ad uno scandito in piazza Tahrir, o in qualunque altra piazza del mondo, ma è la sua interpretazione a cambiare. Quindi paragonare le insurrezioni non serve a nulla se non a creare scompiglio e aggiungere così disordine al disordine, permettendo l’affermarsi di concetti, nati altrove e per diversi fini, in un paese che non sempre può adattarli al proprio scenario.

Lo spirito di una manifestazione, i perchè del 9 Dicembre

img1024-700_dettaglio2_Forconi---Torino-Piazza-CastelloBlocchi stradali e ferroviari, assalti urbani, presidi, cortei, volantinaggi. In questi giorni, l’Italia si è bloccata a causa della mobilitazione dei Forconi.  A Torino, lunedì 9 Dicembre sono stati indetti tre presidi che hanno bloccato la viabilità della città, causando non pochi problemi a chi invece non aderiva allo sciopero. La manifestazione, partita come un corteo pacifico, si è rivelata nei giorni a seguire una vera e propria guerriglia urbana. Ma chi c’è dietro questa rivolta di piazza, e quali sono le rivendicazioni portate avanti? Per provare a capirci qualcosa in più su questo movimento prima di tutto bisogna fare un passo indietro e tornare al gennaio dello scorso anno, quando una serie di manifestazioni e di presidi aveva bloccato in parte la circolazione delle merci in Sicilia e lanciato la protesta dei Forconi.  fin dall’inizio viene presentata come una protesta più o meno spontanea contro “lo Stato che ci vuole distruggere e la Regione che ci ha dimenticato”. A mobilitarsi agricoltori, pastori, ma anche operai ed autotrasportatori, gente che si definisce “né di destra né di sinistra, ma le vittime del sistema che non vogliono morire di depressione né suicidarsi“. Il nucleo originario è costituito da associazioni di autotrasportatori, categoria tra le più provate dalla crisi economica, nonché da altri gruppetti di categorie più o meno dipendenti dall’intervento pubblico. In partenza quindi, il movimento  era di origini meridionali, ma col tempo si è divulgato a macchia d’olio in tutta Italia prendendo aspetti sempre più controversi. Il movimento rifiuta l’appartenenza politica e sottolinea i caratteri spontanei della protesta ed una costruzione dal basso, soprattutto attraverso i social network. La loro protesta conta diversi punti:

Si  protesta contro “il Far West della globalizzazione, che ha fatto sparire il lavoro. L’Italia si  ferma perché ci hanno accompagnato alla fame“.

I Forconi sono contro questo modello di Europa e lottano per riprendersi la sovranità dei popoli e quella monetaria. C’è chi sostiene che bisogna uscire dall’euro, e chi propone la creazione, accanto all’euro, di una moneta locale complementare. In sostanza, si chiede un referendum. I Forconi indicono la protesta per “riappropriarci della democrazia” . C’è ,inoltre,una mobilitazione contro il governo, un governo di “nominati“, e per tornare a votare prima possibile con una nuova legge elettorale e infine, per difendere la nostra dignità, contro le politiche di austerità.

Torino ha assistito ad una manifestazione controversa, una manifestazione tra “pacifici”, gente comune che scende in piazza per difendere la propria dignità, il proprio lavoro e il proprio futuro, e i “violenti” persone che non credono che una manifestazione pacifica possa cambiare qualcosa. I primi li vedi, con gli occhi lucidi di chi spera in un futuro migliore; li riconosci, sono uomini e donne che chiedono un lavoro dignitoso, una casa e un futuro per i loro figli; sono giovani che chiedono di non dover emigrare dai loro affetti per non patire la fame; sono liberi professionisti e commercianti che chiedono di diminuire le tasse per poter vivere serenamente la loro vita; sono cassaintegrati che chiedono libertà; sono dipendenti che chiedono un salario dignitoso; sono poliziotti che si schierano dalla parte del popolo. I secondi sono ciò che l’Italia non vuole.

Di ciò che mi porto a casa dall’esperienza dei Forconi è sicuramente di un’Italia che non sta più al gioco politico, un’ Italia che grida unita la voglia di rivalsa, la voglia di farsi sentire!

Quello che non scorderò è un ragazzino di 18 anni che, una volta preso in mano il microfono per far sentire la sua voce, a ricordato a tutti noi che “politico” viene dal greco “polis” , popolo, questo perché noi e solo noi, possiamo cambiare le regole impostaci dal governo.

Il 9 dicembre mi ha ridato la voglia di crederci, per me, per il mio futuro e per chi ci crede insieme a me!

Ricordiamoci che ribellarci verso i soprusi è un dovere, ma una ribellione violenta è essa stessa un sopruso.