Archivio mensile:gennaio 2014

La caduta di Cota e la presa della Regione: “changer tout le monde pour rien changer”

998141_10202422598238505_2042107141_nRoberto Cota è stato eletto a Presidente della Regione Piemonte con il 47% di voti (1043318 voti totali presi), nel 2010. L’uscente Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso aveva preso il 46% di voti. Subito si gridò allo scandalo, accusando Cota, giovane rampollo della Lega Nord, di aver falsificato 12000 voti. La presidenza Cota non è delle migliori, tagli ai servizi pubblici, tagli all’EDISU, tagli alla cooperazione internazionale (interessante caso in cui Roberto Cota tagliò completamente tutti i fondi previsti). Nell’aprile 2013 è indagato per peculato e finanziamento illecito dei partiti. Nell’ambito dell’inchiesta della procura di Torino sui rimborsi dei gruppi parlamentari.

Dopo quasi quattro anni dall’elezione di Roberto Cota a Presidente della Regione il TAR ha decretato, con una sentenza del 10 gennaio 2014, l’annullamento delle elezioni regionali del 2010, che hanno portato il rampollo leghista ai vertici della politica regionale piemontese. Tutta colpa della lista collegata alla candidatura di Cota “Pensionati per Cota”, inficiata di aver falsificato le firme e quindi decretando l’annullamento dell’elezioni.

Credo che ormai la domanda sorga spontanea: “Cioè noi per 3 anni abbiamo avuto come Presidente del Piemonte un truffatore?” La risposta è altrettanto spontanea:”Si”.

Sono 3 anni che Cota e le sue politiche di ridimensionamento del debito stanno distruggendo la linfa vitale di questa regione, politiche che non poteva neanche fare, alla luce della sentenza TAR.

 La questione di Cota e delle firme false è solo la punta dell’iceberg che è la politica italiana oggi. Quanti casi abbiamo sentito di politici che mettevano nel calderone dei rimborsi elettorali fatture di Nutella, cene a base caviale, tablet rimborsati il doppio del loro prezzo di mercato e così via. In questi anni la politica italiana sta vivendo uno dei suoi periodi più bui. Le persone non capiscono più nulla e c’è un’ignoranza diffusa su che cos’è la politica, quale dovrebbe essere il suo ruolo nella società e ancor più grave se la politica deve intervenire direttamente nella società o nel mercato.

Un altro aspetto fondamentale da non scordare e su cui ritengo non sia stato messo l’accento è il fatto che Cota sia caduto non per lo scandalo Rimborsopoli, ma per la questione delle firme false. L’azione legale della Bresso è sicuramente legittima, ma come mai torna alla ribalta solo nel momento in cui lo scandalo delle spese pazze della Regione imperversa? Forse questo processo è stato velocizzato proprio per cavalcare l’onda mediatica dello scandalo? Fino a che punto l’informazione è in grado di manipolare la giustizia?

Una riflessione che mi sento di fare è che, alla luce di quanto accaduto, pare che stiamo assistendo alla vittoria della giustizia e dei cittadini, quando è più che altro una causa portata avanti dall’alto dalla Bresso e ben supportata dalla sinistra. Che potere e che rilevanza hanno i cittadini in tutto questo? Non si vuole certo negare il fatto che giustizia sia stata fatta, ma i cittadini hanno ben poco di cui gioire. Volendo fare un paragone con la rivoluzione francese, la Bresso è Tayllerand, il PD l’alta borghesia, la Lega il clero e il proletariato il proletariato (o piccola borghesia). Trovate le differenze.

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                                         Valerio Monteleone e Giulio Passarella

Non ne so niente

Di questi tempi è un po’ difficile star dietro all’attualità perché accadono troppe cose, sempre che il vostro telegiornale di riferimento non sia il tg2 perché in quel caso era prevedibile l’arrivo dei saldi in Gennaio.
Con mia sorpresa il governatore Cota è caduto per brogli elettorali, già appesantito dallo scandalo delle spese pazze; La De Girolamo è stata simpaticamente registrata dal suo sottoposto proprio mentre utilizzava il suo potere per interessi personali, del resto gli smartphone fanno le lasagne, volete che non abbiano un microfono?; Alfano “sapeva “ sul caso Shalabayeva dunque non era solo un delfino curioso ma informato ; infine Grillo antenne lunghe, in cerca di intercettare le frequenze dell’elettorato, era convinto sul fatto che certe posizioni sugli immigrati fossero convenienti in termini di elezioni, ma vuoi per dimostrare la sua democraticità, vuoi perché non costa nulla vincere facile, ha indetto un referendum online, tra ora colazione e aperitivo in cui 25k aventi diritto lo hanno smentito. Altro che populismo alla Berlusconi: il cavaliere non ha mai avuto bisogno di capire dove andasse l’elettorato, ce lo portava lui direttamente.
Infine come ha fatto il metodo Stamina, cioè, una pratica che tutta la comunità scientifica italiana e internazionale considera priva di fondamenti ad approdare in uno degli ospedali migliori d’Italia (Brescia)? E’ bastata la disperazione di due malati “eccellenti”. Non devo scrivere di più perché è bene che ognuno si costruisca la propria indignazione tramite la ricerca personale. Ma se non avete mai capito niente di scienza non fatelo; è più probabile che annoiati dal metodo scientifico, finiate a leggere di escort redente presidenti di associazioni pro-stamina. ( Mi è capitato seriamente).
Io posso proporre una soluzione che accomuna sia Barbara Berlusconi che Renzi con il suo #chenoia: essì perché la prima in nome del cambiamento ha sbattuto fuori il c.t. del Milan Massimiliano Allegri come a lavare la squadra da tutti i problemi; il segretario del pd si fa egli stesso fiaccola del cambiamento come a illuminare le sorti della squadra di governo. Scherzavo, io non chiedo un qualunque cambiamento, chiedo il miglioramento.
Valadrego Uci

Sharon, un lupo tra i lupi

La morte del “Re d’Israele” ha colto di sorpresa tutti, in maniera diversa a seconda della propria fede, nazionalità e schieramento politico. Ecco cosa ne penso.
La morte di Ariel Sharon, sopraggiunta un paio di giorni fa dopo otto anni di coma, è una di quelle notizie che mi stuzzicano tanto, ma che mi preoccupa trattare. Soprattutto a causa del delicato e complesso mondo all’interno del quale tale informazione è inserita. Tuttavia dopo aver letto molti stati su diversi social network ho deciso di spingermi oltre il semplice commento. C’era chi applaudiva la dipartita dell’anziano leader e chi invece si rattristava al solo pensiero che il Re d’Israele, come veniva chiamato, non ci fosse più. Fino a qui nulla di straordinario.
Insomma Sharon fu un uomo politico forte e deciso e come tutte le cose forti e decise attirò a sé, da un lato il disappunto di chi non condivideva il suo operato e dall’altro l’ammirazione di chi invece era in totale accordo con lui. Personalmente non riesco a essere così tagliente e sentenzioso riguardo un tale avvenimento, in particolare perché Sharon è riuscito, nel bene e nel male, a fare la storia di uno dei più discussi Stati del mondo. Questo non vuol dire che io non abbia una mia opinione, ma solo che preferisco darle un backround culturale, una sorta di base ideologica che per lo meno ammetto di avere. Vengo da una famiglia cristiano maronita libanese, mio padre combatte durante tutta la guerra civile che coinvolse il mio paese dal 1975 alla fine degli anni ’80 e mia madre, beh, lei fece ciò che poteva, cioè restare in vita. Io sono nato in Italia ed ho sempre vissuto qui, ma l’influenza dei miei e della loro cultura è molto forte in me e soventemente mi spinge oltre il normale ragionamento all’occidentale, indipendentemente che questo piaccia o no. Quindi una notizia come la dipartita di un uomo che, in un modo o nell’altro, partecipò alla costruzione e alla disfatta del mio paese e del gruppo politico religioso di cui indirettamente faccio parte, non può che suscitare in me emozioni ed idee contrastanti. Ciò nonostante vorrei procedere con ordine ed approfondire un paio di punti.
Etichettare. Innanzitutto credo che sia sbagliato etichettare Ariel Sharon come un omicida ed un dittatore spietato. Voglio dire, non stiamo parlando di un Hitler o di uno Stalin moderno e non solo perché a proteggerlo ci sia lo stato d’Israele ed indirettamente gli Stati Uniti, cioè paesi tendenzialmente democratici, ma anche e soprattutto perché lo scenario mediorientale, nel quale personaggi come quello citato si sono trovati ad operare, è così complesso e particolare che mal si presta ed etichettature di alcun tipo. Ridurre ai minimi termini l’esistenza di un personaggio storico fa comodo a coloro che, infischiandosene dei contenuti, puntano ad un facile consenso, infiocchettando il tutto con un titolo intrinseco di ideologia e qualunquismo, ma poverissimo di realtà. Se invece si andasse un po’ più nello specifico si scoprirebbe molto altro sul personaggio. Egli era certamente una miscela esplosiva di indisciplina e spregiudicatezza, che a tratti sfiorava la pura violenza e lo trasformava in un essere spietato. Tutte caratteristiche che lo portarono a commettere numerosi errori e veri e propri crimini, come nel caso dell’unità 101, della battaglia di Milta nel 1956 e dei tristemente noti massacri di Sabra e Chatila. Nonostante ciò, Sharon fu anche altro. Riuscì a portare il Likud (partito nazionale-liberalista e di centro destra in Israele) alla vittoria nel 1977, dimostrandosi un brillante uomo politico, radicale negli intenti e negli atti, ma comunque geniale. Ed infine, dopo una vita dedicata al combattimento su tutti i fronti, riuscì persino a pentirsi di molte delle sue azioni avviando un processo di pace e mettendo se stesso al centro dell’odio e del disprezzo degli stessi che lo avevano appoggiato nella sua ascesa a primo ministro. Insomma Ariel Sharon fu tante cose, non solo un feroce generale dell’IDF, negarlo non permetterebbe di capire, di comprendere le motivazioni dei suoi gesti e anche di condannarle se si è in disaccordo. Negare tutte le sfaccettature della figura storica che quest’uomo rappresentava posizionerebbe una benda attorno agli occhi e vieterebbe qualunque tipo di contestualizzazione.
Contestualizzazione. I massacri di Sabra e Chatila, che in questi giorni sono stati citati a macchinetta, per giustificare il disprezzo nei confronti dell’ex primo ministro, perdono qualunque tipo di senso storico se decontestualizzati dalla più generale storia del Libano e della sua guerra. Infatti se uno provasse ad avventurarsi nella storia di tale conflitto, comprenderebbe che in realtà non esistono vincitori e vinti, non ci sono vittime e carnefici, non vi è alcun buono o cattivo. Come in tutte le guerre, quella del paese dei cedri è stata sanguinosa, dolorosa, distruttiva e tanto altro ancora per tutti. Per i cristiani, per i mussulmani e anche per gli ebrei. Tutti hanno avuto eguali colpe, tutti dall’OLP di Arafat all’IDF di Sharon, passando per le falangi cristiano maronite di Bashir Gemayel. Tutti si sono macchiati di colpe gravissime e tutti si sono immersi in pozze di sangue, nel nome di un conflitto le cui radici si erano ormai perse nel tempo. E non servirebbe a nulla provare a tornare indietro e tentare la ruota della storia, alla ricerca dell’inizio di tutti i conflitti e dei loro mandanti, perché non ci darebbe nessun risultato. Perciò la contestualizzazione aiuterebbe a capire che Sharon non è stato altro che un omicida tra gli omicidi e che l’esercito israeliano non era poi così più feroce dei seguaci dell’OLP, come ben spiegato da Robert Fisk in “Il martirio di una nazione”. A questo punto scegliere uno tra i litiganti è solo questione di simpatie e di scelte politiche, nulla più. Chiunque si cimenti nell’abile tentativo di mascherare la propria preferenza attraverso la citazione di fonti selezionate ad arte e di dubbia oggettività non fa altro che ridicolizzare se stesso e mancare di rispetto a tutti i morti della guerra civile libanese. Perché decidere di parlare di Sabra e Chatila e non di tutte le incursioni dei palestinesi e dei relativi massacri portati avanti dal 26 dicembre del 1968 all’11 marzo del 1978 è solo una scelta personale e niente di più.
Nader Moukarzel

Nulla di nuovo sotto il sole del Web

Gli insulti e gli “auguri di morte” rivolti ieri, sulla pagina di Repubblica, a Pierluigi Bersani non mi hanno sorpreso. Mi sono parsi quasi ordinari, in un certo senso regolari. Perché? Semplice. La gogna del web ha colpito ormai tutti, senza distinzioni di alcun tipo. Politici, artisti, medici, scrittori, ma anche normalissime persone, come nel caso di Caterina Simonsen. Quindi sarei un ipocrita se gridassi allo scandalo e urlassi il mio disappunto. Tanto più che da un po’ di anni a questa parte il web è riuscito a guadarsi una spazio enorme nelle vite di tutti noi, compresa la mia. La rete, assieme ai fedelissimi social network, è riuscita nell’impresa di dare una voce a chiunque abbia voglia di esprimersi, senza censure, bavagli o stop di alcun tipo. Bastano un computer ed una connessione internet (e questi sono gli unici oggetti che hanno un costo reale, in un certo senso si può dire che la libertà di pensiero e di parola oggi ha davvero un prezzo). Ed è proprio la forte apertura verso tutti, senza alcuna distinzione, la vera arma della rete. Sembra aver davvero modificato i sentimenti e le intenzioni d’azione della comunità politica e non solo. E dico sembra non a caso. La rete è infatti riuscita ad avere un peso ed un’influenza enormi in un brevissimo periodo di tempo, facendo così tremare non solo i governi e le istituzioni, ma anche i fondamenti di altri tipi di istituzioni tipiche della vita privata. Insomma la rete è riuscita ad insinuare il dubbio nella mente di tutti noi su di una serie, a dir poco, impressionate di argomenti.
A questo punto però sorge giustamente un dubbio, anzi più di uno.
Che valore hanno tutte queste voci? Su che fonti si basano? Che messaggio intendono far passare? Sono tutte unite? Hanno un unico obbiettivo? Sono davvero così rivoluzionarie come sembra? E in generale che cosa vogliono?

Non sarà mica che, anziché dare fiato a coloro che non ne hanno, il web e tutto il resto, abbiano concesso a molti, troppi, di esprimere solo la propria rabbia, dolore e risentimento? Non è che, per caso, il web abbia permesso a tantissimi di vestire una maschera impenetrabile agli sguardi degli altri e proteggere così chiunque avesse voglia di lanciare un sasso e ritirare il braccio? E soprattutto perché la pluralità delle voci che corrono sulla rete e che si autodefiniscono “la vera alternativa” non fanno altro se non stuzzicare i sentimenti più bassi e volgari della società, lasciando a queste campo libero?

Tutto questo però non è nuovo, neanche un po’. Infatti durante gli anni di piombo si faceva più o meno le stesse cose. Venivano esaltate le gazzette clandestine e le radio (più o meno) libere e indipendenti. I leader (rivoluzionari) individuavano un nemico, un target, un obbiettivo chiaro e a suon di odio, rabbia e denigrazione cercavano di abbatterlo. Le piazze gremite e gli slogan facevano tutto il resto, mettendo in moto una macchina del fango che potrebbe sembrare un po’ demodé oggi, ma che condivideva gli stessi fini e gli stessi metodi delle più cool ed efficienti marchingegni spargimelma contemporanei. Oggi il fango corre lungo le linee dell’Adsl, non si nutre più d’inchiostro, ma di files e documenti word, non si espande più grazie al passaparola, ma si cimenta in fantastiche acrobazie da tastiera. Insomma un ammodernamento, misto ad una sana lucidatura, sembrano aver trasformato la lotta politica. In realtà però nulla è realmente mutato, se non i nomi di chi porta avanti queste nuove battaglie. L’obbiettivo rimane lo stesso ovvero distruggere qualcuno o qualcosa, cambiare lo status quo in maniera violenta, veloce e bruciante, senza lasciare spazio ai commenti o ai dissensi. Perché l’importante è stabilire un confine tra noi e loro. Si faceva negli anni ‘80, si faceva nei ‘60 e si faceva anche prima. Insomma, per quanto propagandato, non c’è nulla di nuovo sotto il sole del web.

Nader Moukarzel