Archivio mensile:febbraio 2014

F.I.A.T ai nostri giorni

Di recente si è parlato molto di Fiat nella qualità dei suoi due uomini più rappresentativi, Sergio Marchionne e John Elkann. Avrei preferito parlare di Lapo ma questa volta a sembrare “fatto” è stato il fratello più vecchio. Infatti a lui è attribuita la  “gaffe “ sui giovani che preferiscono stare a casa al cercare lavoro perché troppo comodi. Se lo avesse detto in uno dei tanti talk show di parole vuote dove vale tutto,purchè sia un luogo comune, avrebbe ricevuto gli applausi del pubblico figurante; in definitiva ha solo sbagliato il contesto in cui sfornare la sua perla.

Su Marchionne invece il dibattito dura da molte più stagioni e naturalmente si è fatto l’errore di concedergli fin da subito una fiducia gratuita e un’interpretazione in senso positivo e salvifico a livello nazionale di ogni suo atto.

In realtà il peccato degli italiani è stato innamorarsi di questo personaggio per i suoi meriti verso quella che è niente meno che un’azienda privata, che ha come unico scopo della sua esistenza il trarre ricavi, concetto ribadito recentemente da Diego Della Valle.

Ma certo è difficile non innamorarsi ,bisogna essere cinici e in questo caso non tifare Ferrari per non essere coinvolti e ricevere un invito a cena da parte di Sergio, il quale ha spostato la sede fiscale a Londra nel momento in cui il cameriere ha portato il conto.

D’altronde Londra è molto alla moda e Fiat appartiene a una famiglia di miliardari che, seppure abbiano presenti le loro radici italiane, si trovano più a loro agio nel panorama dell’élite mondiale.

Fiat ha ricevuto aiuti dallo Stato.  Aiuti non debiti. E parlando di obbligo morale è facile per i dirigenti della casa giustificarsi dicendo di aver esaurito il compito in tutta l’occupazione e le tasse versate negli anni. Ma soprattutto se vogliamo essere seri, il mercato è stato il sistema inventato e gestito apposta per fare i conti con il Dio Denaro piuttosto che con la morale.  E giustamente Marchionne fa bene il suo lavoro, pregando il suo Dio che non è misericordioso verso gli operai e soprattutto non distingue tra manodopera italiana o polacca.

I meriti aziendali ci sono ve lo assicuro, perché competere con le potenze industriali emergenti si può grazie alle “best practices”,grazie alla buona gestione, puntando sui punti forti, valorizzando i brand, con azioni di successo come la vicenda Chrysler. Per chi non avesse ancora realizzato la Fiat è cambiata! Ora è moderna e all’avanguardia e i proprietari possono gioirne.

Altra cosa passata forse inosservata è che un tempo in Italia esisteva la sinistra, non per forza intesa come partito ma come pensiero; era chiara la differenza tra padrone e operaio e forse dalle fortune dei proprietari si otteneva qualcosa anche per i subordinati. Ora sono rimasti ancora moltissimi yacht, molta confusione e il codice del Dio Denaro.

Valadrego Uci

Si fanno brutte cose

Quando si ha problemi si fanno brutte cose, come drogarsi o nuocere a sé stessi. Io ho praticamente seguito sera per sera il festival di Sanremo. Ho così esposto il fianco perfino a una presa in giro da un genitore 60enne. Ci sono caduto un po’ perché un 10 minuti al mitico Pif vanno sempre concessi e poi la Littizzetto piace. Per Fabio Fazio mi servirebbe una seduta dallo psicologo o da un poeta per riuscire ad esprimere quanto possa deludermi e portarmi alla rivalutazione subito dopo.

Questo 64° Festival della Canzone Italiana si è aperto con innumerevoli problemi: dalle urla di Grillo ,al guasto del sipario in apertura, per finire con i due operai che imitando il  signor Pino Pagano, salvato da Pippo Baudo nel lontano 1995, minacciavano di buttarsi da un ponte delle luci .E’ interessantissimo come l’intero ecosistema grillino sia convinto della messa in scena ad hoc in stile messaggio subliminale; che i due operai con svariati precedenti penali siano comparsi nel salotto della D’Urso;  che Fazio dichiari di aver subito uno sgambetto,conscio egli stesso di calpestare suoli dove è sgradito come un procuratore antimafia in Sicilia ; e come l’ Italia sia rappresentata  dall’aforisma di Dalì: “ciò che importa è moltiplicare la confusione non eliminarla”.

A parte l’inizio burrascoso il festival continua con Ligabue che omaggia il compleanno di Fabrizio de Andrè con la splendida Crêuza de mä. Da sempre la più grande critica al festival è sulla scelta dei cantanti sempre mosci e fuori dal mercato ma bisogna tenere bene in conto le parole di  Faber che si era già espresso sulla sua non volontà di partecipare al festival considerando quest’ultimo come una gara di ugole: “nel caso mio dovrei andare ad esprimere i miei sentimenti o la tecnica attraverso la quale io riesco ad esprimerli e credo che questo non possa essere argomento di competizione”.

Devo dire che ho scoperto una cosa nuova sulle canzoni sanremesi e cioè che al primo ascolto sembrino noiose, ma poi a sentirle diventano ascoltabili. C’è qualcosa di orecchiabile, qualche voce degna di nota , qualche ritornello ben ritmato ma certo Ron, Antonella Ruggiero e la bella compagnia dei surgelati riportano subito alla realtà: una specie di finzione, che si mantiene come per tradizione e come è stato scritto da degni giornalisti rimane in vita finchè parla di una dimensione fuori dall’Italia reale, visto che rimane strano capire come di questi tempi l’ispirazione degli artisti produca ancora solo canzonette d’amore.

Le élite si spintonano per essere in prima fila, pagare 1200 euro per un abbonamento; i figuranti, rai1 è quello che resta di un’aristocrazia che nei suo abiti fuori dal tempo  rimane ridicola senza più nessuno ad ammirarla.

Sul capitolo ospiti sicuramente Cat Stevens è stato eccezionale e Ligabue ha dato un’idea di cantante riuscito rispetto ai surgelati lì in gara poco dopo. E le vecchie glorie Rai avranno portato nostalgia ma questo è da chiederlo a chi assisteva con la coperta sulle ginocchia.

Insomma Fazio e co. hanno preteso di parlare della bellezza come tema principale, complice forse la nomination del film di Sorrentino agli oscar. Di certo lo spettacolo è stato dignitoso e non si è mai caduti nella demenzialità propria di certi conduttori alla Bonolis. Ma per me il tema di Sanremo sarà sempre uno solo : il “popolare”.

Come le canzoni popolari,

Come la vicinanza del popolo napoletano a Rocco Hunt e la polemica con la radiocronaca della Gialappa’s. Ma seriamente come può piacere Rocco Hunt?  Semplicemente un’altra prova che Napoli fa mondo a parte, logica a parte,popolo a parte.

Come nel dialogo con Luciano Ligabue dove con Fazio dichiarano: “ popolare è la cosa più bella del mondo”.

Capite che la bellezza è unica, difficile da creare, afferrare, comprendere ed è l’esatto contrario del popolo.

Ah già dimenticavo, la mia canzone preferita : Cuccurucucu (Arisa feat Whomadewho).

Valadrego Uci e Valerio Monteleone

 Zigza-dì

Governo RenziEcco a voi la squadra ministri del nuovo governo Renzi. Subito si nota, considerato Ranma una donna, come ci sia quasi la parità tra i sessi. Il premier:”Sul piano economico vi sono figure di esperienza e astuzia che sapranno difendere le nostre esigenze al cospetto dell’Europa. Sulle vicende giudiziare il ruolo di Atena è di piena garanzia. La sicurezza dello stato è garantita dalla cometa rossa Char e dai neurotrasmettitori impazziti inviati dal ministero dell’interno. In tivù dalle ore 14 alle 17 seguite le riforme sociali e del lavoro; conduce Barbara D’urso ospite il ministo della cutura voluto dal popolo Andrea Diprè.Nella scelta dei ministri di sanità e istruzioni si è rimasti nel solco della tradizione : smantellare per far divorziare e poi ri-innamorare per far rifare in grande. Direttamente dall’Ilva                                                          di Taranto il nuovo ministro dell’ambiente Mr Burns. Sarà                                                            tosta ma ce la faremo, qualcuno ha visto Carmen                                                                          Sandiego?”

 

Numero chiuso alle università

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Mi ricordo ancora l’enfasi del primo giorno. La prima volta che sono entrato alla Facoltà di Scienze Politiche, il contatto con una realtà completamente nuova, con il mondo dei “grandi”, cosi lontano da quell’ottuso e rigido mondo scolastico che non mi apparteneva più. Di quel giorno mi ricordo, tra le tante cose, una frase che mi disse uno degli studenti: “in questa Facoltà non vi è il numero chiuso, perché noi crediamo che l’istruzione debba essere aperta e libera a tutti”. Era il 2010. Oggi sono passati 4 anni, sono laureato da un bel pezzo e questa frase mi sembra uno stupido slogan retorico. Che cosa è successo nel frattempo?

Probabilmente sono diventato più vecchio e, si sa, quando si invecchia si diventa cinici. O forse sono semplicemente stanco di far parte di quel 41% di disoccupati tra i 18 e i 25 anni, al punto che quasi quasi vorrei tornare indietro e dire al me stesso giovane e idealista “ non farlo!”. Ho studiato duramente, per poi non vedere il frutto dei miei sforzi ripagato, cosi come molti miei coetanei. La domanda che mi pongo io è: che cosa succederebbe se, invece che 200 laureati all’anno per facoltà, ne uscissero 20 o 30? Probabilmente qualcosa cambierebbe. Pensiamo alla semplice regola economica della domanda e dell’offerta: con cosi tante lauree in giro, la laurea ha perso la valenza di prestigio sociale che aveva fino a 30 anni fa, quando una persona laureata era una rarità, e pertanto godeva di un accesso privilegiato al mercato del lavoro. Ora, piaccia o meno, in Italia ci sono sempre più laureati, e il valore di quel titolo di studio si perde sempre di più. Mettiamo in chiaro due cose. Primo, l’istruzione rimarrebbe comunque libera e aperta a tutti, anche con il numero chiuso; le biblioteche sono sempre libere, e con un test ben congegnato la persona avrebbe modo di studiare e documentarsi per i fatti suoi, invece che dover scegliere frettolosamente una facoltà a luglio, col risultato che molte persone cambiano corso di laurea dopo un anno o si disiscrivono perché si rendono conto di non essere portate per l’università. (fosse per me un “gap year” dopo la fine della scuola sarebbe obbligatorio per tutti). Nulla di “fascista”, pertanto, anche se a portare avanti questa battaglia sono spesso i movimenti giovanili legati alla destra e perciò osteggiati dai movimenti giovanili di sinistra (sappiamo come vanno le cose in Italia, non serve che sia io qui a spiegarlo).

Tuttavia, questo sarebbe solo un tampone per un’emorragia ben più grave. Dire che la colpa della mancanza di lavoro sia dei ragazzi che si laureano troppo sarebbe falso e tendenzioso. La verità è che l’Università italiana, come in altri mille aspetti, è rimasta terribilmente indietro rispetto al resto del mondo. Se moltissimi giovani italiani laureati scelgono (leggi: si trovano costretti) ad emigrare, è perché manca la fiducia da parte degli imprenditori nei confronti dei laureati. Quanti di voi si sono sentiti dire “ah sei laureato? E cosa sai fare?” . Non a caso, da un recente sondaggio è stato scoperto che i 30% degli imprenditori crede che un ragazzo fresco di laurea sia pronto per il mondo del lavoro. Questa percentuale sale al 70% tra i professori. E vogliamo parlare della levata di scudi che c’è stata da parte dei “baroni” contro l’insegnamento di interi corsi di laurea in inglese?
Penso che l’insegnamento accademico vada riformato dalle fondamenta. Bisogna rendere i corsi universitari più attinenti al mondo del lavoro, spingere molto più sui tirocini formativi, e, cosa fondamentale, aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo. I nostri professori universitari, purtroppo, hanno per la maggior parte un’età avanzata e vivono in un mondo che ormai non esiste più, e questo rende difficile un possibile cambiamento. In tutto questo, il numero chiuso potrebbe essere una delle tante possibili opzioni per rendere possibile questo cambiamento, ma non certo l’unico e sicuramente non inserendolo in maniera arbitraria senza apportare i cambiamenti di cui sopra. Un mio amico diceva spesso che, se attaccassero i dati di Almalurea riguardanti le percentuali di occupazione a 1,2 e 5 anni dopo la laurea, molti corsi si spopolerebbero. Senza bisogno del numero chiuso.

Giulio Passarella