Archivio mensile:marzo 2014

Niente più eroi

Finora non si era mai toccato tematiche sportive un po’ perché non sono radical chic, un po’ perché a pantofolismo qui nessuno scherza.

Per manterere la tradizione quindi parleremo di uno sport che per gli italiani rappresenta il divano della domenica pomeriggio, ispirati dal doodle sul compleanno di Ayrton Senna.

In una sola persona conviveva il paradosso di essere il più veloce e feroce pilota del suo tempo ma allo stesso tempo un uomo molto sensibile e coinvolto dalle sofferenze del suo popolo brasiliano di cui divenne orgoglio nazionale. Fortemente credente, fermo sui suoi valori, determinato nel superare nuovi traguardi migliorando in positivo.

Oggi niente più eroi perché sono finite le grandi ideologie, le convinzioni, i valori; la passione è un discorso di marketing, di brand, di propaganda nei discorsi pubblici per santificare l’Italia che fu; oggi vincono la crisi e i maneggiatori di mutui e numeri.

Quando correva Ayrton sul finire degli 80’ inizio 90’  non erano ancora diffusi personal computers e cellulari e nella cultura era ancora centrale l’uomo e la passione, per questo quei gran premi sono i più belli di sempre. I piloti emergevano sulla macchina, che a quell’epoca erano bestie da domare con potenze esagerate, poco carico aerodinamico e cambio manuale, come la panda.

Quest’anno pure la benzina contata c’hanno in formula 1 e penso che i bambini non imparino neanche più a fare il verso delle auto che sfrecciavano.

Non lo dico con l’amara nostalgia dei vecchi perché non disprezzo il progresso, noto semplicemente che ultimamente non ci sta dando soddisfazioni significative, più che altro tende a distrarci.

Valadrego Uci

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Felice primavera!

Dopo mesi di vuoto pneumatico (sul web e dentro la mia testa) rieccomi uscita dal letargo e pronta per le sfide primaverili!
Una sfida che mi è stata proposta è quella di fare delle illustrazioni per questo blog molto interessante, scritto a più mani, che cerca di dare una visione del mondo “zigzagando” per tanti punti di vista e trattando tanti argomenti diversi.
Così la prima illustrazione che ho fatto per loro riguarda la Giornata Internazionale della felicità: celebrata il 20 marzo, è stata istituita dall’Assemblea generale dell’ONU.

Ed ecco la bella proclamazione:

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […] Il perseguimento della felicità è al centro degli sforzi umani. Le persone in tutto il mondo aspirano a condurre vite felici e appaganti, libere dalla paura e dal bisogno e in armonia con la natura.”
 

Che bello… Bisognerebbe proprio imparare ad essere felici! Ripartire da se stessi, capire le proprie e altrui emozioni, esaltarle al meglio. E’ grandioso che anche importanti istituzioni come l’ONU ci ricordino che senza un pizzico di felicità non si possono assaporare le cose belle della vita!

Così ecco la mia illustrazione, che faccio conciliare con l’avvento della primavera. Quale periodo migliore per essere un po’ più felici?! Gli alberi in fiore con il loro profumo e i loro colori, la brezza calda che arriva dopo tanto freddo, le lunghe passeggiate nei boschi, le rondini che tornano a far sentire i loro cinguettii… La primavera è poesia!

Ho fatto il disegno iniziale della donna su un foglio giallo (è più semplice che partire dall’asettico foglio bianco) a matita. Poi non sapendo come continuare  ho preso un pezzo di foglio lucido e ho cominciato a tracciare dei segni colorati con i pantoni.

happiness in

Alla fine mi è piaciuto il risultato finale così l’ho poi elaborato digitalmente, mettendo del colore sulla figura femminile e modificando un po’ la composizione generale. E questa è l’illustrazione completata!

Giorgia Faga

Felice Primavera a tutti quanti!

Heroes

Bowie, personaggio poliedrico e terribilmente affascinante (gli inglesi dicono “terrific”, con una leggera smorfia sulle labbra che a loro piace tanto) scrisse questa canzone nel 1977 grazie alla collaborazione con il brillante Brian Eno, appena dopo un periodo pieno zeppo di alcol e “white Stardust” (forse Ziggy vedeva davvero i ragni da Marte in quel periodo).

Peter Gabriel ha deciso di rendergli omaggio, inserendo “Heroes” tra le fila dei brani-cover del suo album uscito a metà febbraio del 2010.

Ex-Genesis, Peter Gabriel intraprende una brillante carriera solista e dimostra di avere una sensibilità molto raffinata e innovativa, ha saputo fondere folk, rock ‘n’ roll e world music donando un’ impronta personale non indifferente.

A mio giudizio strettamente personale e basato puramente sul mio gusto musicale individuale, Gabriel reinterpreta completamente il pezzo storico di Bowie, reinventandolo e trasmettendo una sensazione più intima, vuoi per alcuni versi quasi sussurrati, vuoi per un’interpretazione più “parlata” del testo, rispetto al “grido” di Bowie che deve sovrastare gli archi quasi mononota della sua versione del ’77.

Questo brano cantato da Gabriel è in crescendo; all’inizio archi delicati preparano il terreno su cui la voce pianta piccoli semi che germogliano presto grazie agli archi più caldi della seconda strofa e dei ritornelli successivi. C’è più consapevolezza del significato del testo da parte di Gabriel, ma credo che ciò sia dovuto, appunto, dalla sua interpretazione più personale. C’è anche una punta di disperazione, la stessa che mi trafigge da parte a parte quando sento i refrain e lo special cantati da Bowie, con le sue grida sempre composte, da buon aristocratico, White Duke.

Gli archi, soprattutto nel finale, sembrano dover ancora smaltire tutta la carica espressiva e dolorosa del poter essere “eroi solo per un giorno”.

Sì, adoro questa canzone. E non sarà l’ultima volta che tirerò in ballo Bowie. Le sue canzoni hanno così tanto da dire.

ZigZa-dì

La cartina che vedete è la stessa comparsa sul blog del buon beppe, insieme  a questa acutissima riflessione: “Per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie.”

IL m5s è sostenuto da persone che chiedono giustamente un cambiamento. Ma un cambiamento è una scelta, presuppone una posizione e scontenta qualcuno per favorire altri. L’intera politica italiana è configurata verso il populismo per ottenere il consenso, senza prendere nessuna direzione. Grillo può pretendere di non essere chiamato  capo di un partito ma il m5s fa anch’esso parte del conservatorismo italiano che da sempre si configura in modo gattopardesco, ricco di slogan e finti provvedimenti per accontentare la pancia degli elettori senza migliorare niente. E ricordiamo qui che l’ultimo e degno erede del gattopardo è Matteo Renzi.

Valadrego

èBiella scatti di futuro

Biella, piccola cittadina vicino Torino;famosa in passato per le sue lucrose attività manifatturiere, legate soprattutto al settore tessile e meccano-tessile. Oggi il panorama biellese è pieno di capannoni, fabbriche inutilizzate e macchinari arrugginiti, testimoni della vecchia forza della città. La Città di Biella si trova di fronte ad un bivio: accettare il declino, rassegnandosi a gestire quel poco di occupazione manifatturiera che rimane; oppure tornare ad immaginare e raccontare un futuro per il suo territorio, raccogliendo la sfida dell’innovazione, della trasformazione e della rigenerazione urbana.

In questo scenario si posiziona il progetto  “È Biella”, creato dall’ Associazione StileLibero e Fondazione Biella Domani. Il progetto ha l’ambizione di ridare speranza alla città di Biella, dimostrando con tre semplici sale, il racconto del territorio di ieri, quello di oggi e anche un laboratorio che, promosso con la Fondazione Pistoletto, coinvolgerà i cittadini in un confronto diretto per ripensare gli spazi urbani e il paesaggio della propria città. In più è stato indetto un contest per giovani fotografi, con relativo bando di concorso, ai quali verrà chiesto di cogliere, attraverso approcci diversi, il volto di Biella oggi, “ponendo attenzione tanto alle esperienze di riqualificazione e rivitalizzazione che hanno investito la città negli ultimi anni quanto alle nuove (o vecchie) situazioni di degrado urbano”.

Il progetto “È Biella” può essere esportato ad altri tipi di realtà e di città, in cui sono presenti elementi di riqualificazione o di degrado urbano. Con l’idea che” i temi della rigenerazione urbana, della riqualificazione e della creazione di spazi pubblici e della pianificazione territoriale non sono una variabile dipendente di altre politiche di sistema, ma possono essere il perno intorno al quale costruire un’idea di rilancio e sviluppo della città”.

link al progetto: http://ebiella.com/bando/

Valerio Monteleone

Il suono del silenzio

Il 10 marzo 1964 veniva registrata “Sound of Silence”, una poesia in musica del duo Simon and Garfunkel dal profondo significato umano.

Questa canzone fu la prima hit del duo che al tempo aveva cominciato ad esibirsi nei locali folk del Greenwich Village, un quartiere di Manhattan.Era anche il tempo della sanguinosa guerra in Vietnam, e benchè Simon non avesse scritto il testo contro la guerra, le persona interpretarono e associarono la canzone alla non violenza.

Paul Simon impiegò ben sei mesi a scrivere il testo della canzone, e il primo verso si riferisce a lui stesso, quando, da ragazzino, si chiudeva in bagno a cantare approfittando dell’acustica raccolta e del riverbero particolare per sentire risuonare la sua voce.
Sound of Silence ha un’atmosfera sospesa e dolce, ma anche malinconica, e presenta l’antitesti tra luce-buio, l’incapacità di comunicare delle persone che non osano più rompere la bolla del silenzio per esporre i loro sentimenti nascosti. Quando la comunicazione fallisce, l’unico suono è quello del silenzio che trionfa.
Il silenzio è paragonato a un cancro, che cresce più ci si chiude in se stessi; si parla superficialmente, Simon dice che “si sente senza ascoltare”…

Vi propongo una versione interpretata da un giovane talento, una ragazza Islandese, Emilìana Torrini. Ascoltiamola, rompiamo i muri del silenzio.
Ogni giorno.

Fiorenza

Una riforma che non serve

Al momento, il quadro relativo alla legge elettorale è il seguente. La proposta di legge avanzata dal Pd, che ha incontrato il favore di Forza Italia, riguarderà solo l’elezione della Camera. La legge elettorale per il Senato, invece, non sarà modificata, perché si aspetta che venga approvata una legge di revisione costituzionale che “abolisca” il Senato. Più precisamente, si aspetta che venga discussa e approvata una legge costituzionale che modifichi il sistema di elezione del Senato: non più 315 senatori eletti dal popolo, ma un Senato composto dei sindaci dei comuni capoluogo di Provincia, e di cittadini di particolare fama e competenza nominati dal Capo dello Stato (come oggi avviene per i Senatori a vita). Ebbene, tutta l’operazione è fortemente discutibile e, per certi aspetti, grave sotto il profilo costituzionale: questo giudizio vale per la recente decisione di discutere e approvare la legge elettorale solo per la Camera, ma anche – per certi versi – per il progetto stesso di riforma del Senato. Il problema, qui, non è tanto il merito delle proposte, quanto l’idea che si ha della Costituzione. La quale, in teoria, è la norma giuridica più importante del nostro ordinamento, è la norma con la quale nessuna legge può contrastare, ed è anche – ma questo è un giudizio politico – la norma in cui si riconosce tutta la comunità di persone che si riconoscono nei valori della Repubblica nata dalla Resistenza. La Costituzione è, ovviamente, modificabile: lo prevede la Costituzione stessa. Ma se si procede a modificarla senza che ci sia una necessità oggettiva e concreta, se la si modifica perché – semplicemente – la maggioranza del Parlamento ha intenzione di modificarla, sorge un problema: a prescindere che la modifica sia o meno condivisibile. Sorge un problema che è soprattutto politico, e in minima parte giuridico: se la Costituzione può essere modificata a piacimento, senza una necessità, allora la Costituzione assume politicamente la stessa rilevanza che può avere una legge ordinaria. Che è appunto modificabile a piacimento, anche se con una procedura più semplice e più breve rispetto alla Costituzione, la cui modifica richiede due votazioni per ciascuna Camera, con un intervallo di almeno tre mesi tra una votazione e l’altra. La riforma del Senato è una modifica di cui, sostanzialmente, non si avverte la necessità; si avverte semmai la necessità di riformare la Costituzione in materia di procedimento di esame e approvazione delle leggi, e in materia di rapporto di fiducia fra Parlamento e Governo. È vero che l’Italia è l’unica nazione d’Occidente, assieme alla Polonia, ad avere due Camere con identiche funzioni. In nessun’altra nazione il Governo ha bisogno della fiducia di entrambe le Camere e in diverse nazioni – Francia, Germania, Olanda, Austria – i membri di una delle due Camere non sono nemmeno eletti dal popolo. È altrettanto vero, però, che il fatto di avere due Camere con uguali funzioni non porta nessun problema concreto. L’unica, vera, complicazione data dal bicameralismo consiste in un procedimento legislativo lungo: ogni proposta di legge richiede l’assenso di entrambe le Camere, e non è approvata finché le due Camere non producono un testo identico. Si potrebbe dire che in Italia il problema non sono certo le troppe poche leggi, anzi il contrario. Ma il vero elemento da ricordare è che tutti i grandi Paesi occidentali hanno due Camere, e soprattutto che in tutti questi Paesi le due Camere partecipano all’esame e all’approvazione della legge. Il problema, dunque, non è che ci siano due Camere, o che il Senato sia eletto dal popolo – può tranquillamente continuare ad esserlo! – ma che, nei grandi Paesi occidentali, la Costituzione prevede un iter di esame e approvazione della legge secondo il quale una delle due Camere ha l’ultima parola. L’altra differenza è che negli altri Paesi una sola delle due Camere vota la fiducia al Governo. Ma anche questo, in realtà, non è necessario. È infatti sufficiente introdurre meccanismi che rafforzino il Governo rispetto al Parlamento. Spagna e Germania ad esempio prevedono la “sfiducia costruttiva”: una volta nominato il Governo, questo non può essere sfiduciato, se il Parlamento non indica un successore. In sostanza, la riforma del Senato non è necessaria, e costituirebbe un precedente per certi versi pericoloso sul piano politico, autorizzando la revisione della Costituzione in assenza di una necessità. L’unica vera, possibile ragione per riformare il Senato dipende, appunto, dalla legge elettorale. Poiché il Senato ha una base elettorale diversa dalla Camera, c’è il rischio – teorico – che si formino maggioranze diverse fra le due Camere, e che non sia possibile, per il Governo, avere la fiducia di entrambe. In realtà questo rischio esiste solo se la legge elettorale prevede il “premio di maggioranza”, per cui il partito o la coalizione che ottiene anche solo un voto in più degli altri ha la maggioranza assoluta. Si creerebbero così diverse maggioranze fra Senato e Camera. Storicamente, solo una volta, nel 2006, Senato e Camera hanno visto la vittoria di due diverse coalizioni: sinistra alla Camera, destra al Senato. A ben vedere, però, non si può parlare di “diverso risultato”: entrambe le coalizioni hanno vinto per pochissimi voti. Di fatto, sia la Camera sia il Senato hanno visto un “pareggio”. Solo il meccanismo del premio di maggioranza ha portato ad avere maggioranze diverse. Ma proprio per questo si tratta di un meccanismo irragionevole, tale da trasformare un pareggio in una vittoria per una parte o per un’altra. Ad ogni modo, non è questo il problema. Questo è un caso in cui l’applicazione della legge, rispetto alla Costituzione, può creare difficoltà. Ma se la Costituzione, per definizione, è la norma principale, con cui nessuna legge può contrastare, dovrebbe conseguirne che, in caso di contrasto fra legge e la Costituzione, deve essere cambiata la legge. In questo caso, invece, si modifica la Costituzione per potere applicare una legge ordinaria. Questo significa che la Costituzione viene messa sullo stesso piano di una legge, e addirittura viene subordinata ad essa. Sul piano giuridico – si ripete – la modifica della Costituzione è consentita; l’unica revisione vietata è quella della forma repubblicana. Ma sul piano politico, e per certi versi su quello logico, resta che viene messo in dubbio il significato giuridico della Costituzione rispetto a tutte le altre leggi. Esiste un precedente: la modifica dell’art. 51 della Costituzione, per consentire l’approvazione di una legge elettorale che garantisse le pari opportunità fra uomo e donna. Con la differenza che, in quell’occasione, venivano promosse le pari opportunità, in diretta applicazione dell’art. 3 della Costituzione e del principio di uguaglianza. In questo caso, invece, non viene promosso alcun valore costituzionale. C’è solo la voglia di “agire”. Senza che siano considerate le conseguenze dell’azione

Nicola Dessì