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#JesuisCharlie


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#JesuisCharlie è l’hastag che ormai da ore gli utenti dei social network utilizzano per lasciare un ultimo messaggio alle vittime dell’attentato di questa mattina alla rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi.
Charlie Hebdo è un settimanale satirico francese fondato negli anni ’70 che già nel novembre del 2011 fu bersaglio di un attacco, dopo l’annuncio, a nostro avviso GENIALE, di aver nominato simbolicamente il gran capo Maometto direttore del numero successivo della rivista. A questo gesto di pace da parte della redazione di Charlie, il “fan club” di Maometto ha risposto con il lancio di bombe molotov, temendo che nello scarso sistema di poste francesi ,una semplice lettera di indignazione avrebbe rischiato di andare perduta.

La sede del giornale si trova in Rue Nicolas Appert, nell’undicesimo arrondissement, poco a nord di Place des Vosges e di Bastille.
Come ogni mercoledì alle ore 10 si tiene una riunione di redazione, 2 o 3 uomini in nero (non neri di carnagione, ma vestiti di nero) sono entrati nella redazione chiedendo cortesemente con kalashnikov e lanciagranate in spalla dove fosse il caporedattore e il vignettista, che aveva sbagliato il ritratto di Abu Bakr al-Baghdadi, il loro califfo.
Purtroppo il seguito è noto; 12 morti e diversi feriti: 5 in gravi condizioni.
Tra i morti anche Georges Wolinski, uno dei più celebri disegnatori satirici francesi dell’ultimo mezzo secolo, e Charb, il direttore della rivista.

Ecco ci sono riusciti, il peggior incubo di tutti i razzisti, leghisti e Salvini si è avverato, l’ISIS si prepara ad una guerra! Ci vogliono conquistare! Il mondo Arabo è pronto!

L’Europa che fa? Ma soprattutto che fa l’Italia?

In Europa Marine Le Pen propone un referendum per reintrodurre la pena di morte.

In Italia si schierano, a difesa della patria: Maurizio Gasparri (vicepresidente del Senato), uomo di spessore del panorama italiano e un uomo di un’immensa lungimiranza politica. È un dei pochi che ancora vuole quei famosi F35; afferma: “Qui serve una guerra!”, “Meno soldi per i riscatti e più aerei a colpire le centrali del terrorismo”.
Altro uomo di statura, ovviamente politica, è il leader della Lega Nord Matteo Salvini il quale afferma che “Il nemico è in casa!”, speriamo che questo povero nemico esca presto dalla casa di Salvini incolume.

Ormai è chiaro la terza guerra mondiale si avvicina e a noi, come a Salvini e Gasparri, ritorna in mente la poesia di Brecht facendoci ghiacciare il sangue nelle vene:

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”

Ovviamente il soggetto, implicito di questa poesia è LO STRANIERO, ebbene sì è la persona diversa, che parla in maniera diversa, che si veste in maniera diversa, che mangia in maniera diversa. Ma diversa da chi?
I 2 o 3 terroristi parlavano un francese perfetto, infatti in uno dei due video che girano su internet si sente che si parlano in questa strana dialettica. Probabilmente questi terroristi sono degli immigrati di seconda generazione, cioè persone nate in Francia da genitori immigrati, quindi francesi.

Non bisogna additare tutti quelli che sono diversi da noi, bisogna condannare con fermezza ed autorità tutti gli atti di violenza, condividiamo in quest’ottica l’articolo scritto da Igiaba Scego, una scrittrice italosomala:
“Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.
“#Notinmyname”, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici.”

Bisogna combattere contro questa ignoranza dilagante; fomentata sia dai fondamentalisti islamici, ma soprattutto dai nostri politici, dai nostri vicini di casa e dagli amici.
Ed è così che vediamo le parole di Salvini: “il nemico è in casa”, il poeta, in questo aforisma individua il nemico con la paura, la vendetta, il sentimento razzista che si annida in ognuno di noi e quando si viene a conoscenza di questi fatti oppure quando si parla con qualcuno o quando si sente parlare alcuni politici, riaffiorano. Compito di ognuno di noi ricacciare questi sentimenti indietro e combatterli con lo slogan #Notinmyname!

E adesso?

Secondo Paolo Branca, uno dei maggiori esperti del mondo islamico in Italia ci dice: “Il risultato dell’attacco sanguinario alla redazione di Charlie Hebdo? È che la Francia alla fine avrà una come Marine Le Pen come presidente”. Quindi è questo che ci aspetta nel prossimo futuro, una terza guerra mondiale, i promotori della satira e chi invece la odia. Tra chi ama ridere e chi ama piangere.

E per i vignettisti italiani?
Si autocensureranno?

Per Sergio Staino “Non succederà MAI!” “La nostra molla sono la ricerca della verità, lo sberleffo dei fondamentalisti, il dubbio, l’antidogmatismo. Questi omicidi accresceranno la nostra voglia di contrastare l’oscurantismo”.
Bene allora possiamo dormire sogni tranquilli, i nostri super vignettisti non si fermeranno MAI!

Però l’invito che noi tutti vogliamo lanciare è che durante questo momento terribile, dopo la strage al giornale satirico espressione di cultura libertaria, bisogna fare attenzione a fomentare prese di posizione islomofobe e fascio-nazionaliste, perché si rischia di fare tutta un erba un fascio ed iniziare a coltivare un odio verso una determinata etnia(o razza per chi vuole) di persone.

Vi vogliamo lasciare con un ultima battuta del grande Pierre Despronges

“On peut rire de tout, mais pas avec tout le monde”

V.

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La nostalgia non è più come una volta

Il mondo va troppo veloce, te lo dico io. Qui non si capisce più da che parte stiamo andando. Ma dico, ti ricordi di com’era bello ricordare i bei tempi andati, una volta?

Oggigiorno è tutto un revival, una rimembranza; vai su Facebook, su un forum e vedi cose come “solo i figli degli anni ‘90 lo capiranno”, “condividi se ti ricordi di X”. Scrivi un commento su qualcosa tipico del passato e in pochi secondi milioni di utenti da tutto il mondo si uniscono a te nell’atto nostalgico, senza che ti alzi dalla poltrona. Certo, è comodo, ma dov’è l’unicità dell’esperienza, la profonda connessione che senti con una persona?

Mi ricordo quest’episodio, erano i primi anni 2000, mi ero seduto sul muretto della parrocchia col mio amico Gino e avevamo iniziato a parlare di come fosse bello, negli anni ‘90, ricordarci di quanto si stesse bene negli anni ‘80 (sicuramente erano meglio gli anni ‘70 ma non eravamo ancora nati). Indossammo indossato i nostri occhiali con le lenti rosa, aprimmo un album fotografico e guardammo quelle foto del Tamagotchi e di Alex Britti in versione periodo rosa di Picasso, parlando di come la nostra generazione non fosse rammollita dalle diavolerie moderne e di come potessimo correre in mezzo al fango e ricevere qualche cinghiata dalla parte della fibbia perché avevamo lasciato le impronte per mezza casa. Insomma, era quella un’educazione!

Rievocammo il nostro glorioso passato, quell’età aurea che ormai non ne fanno più, e mi scese una lacrimuccia a pensare a tutte quelle volte che avevo pensato a quand’ero bambino, senza responsabilità e pieno di energie.

E poi, diciamocelo, le nuove generazioni non sanno più come ci si diverte, me lo diceva anche mio padre parlando della nostra, ai suoi tempi era tutto più genuino, non c’erano zingari romeni che rubavano il rame e se pure ci fossero stati, due calci in culo e vedi che rigavano dritto, adesso è tutto un magna-magna che una volta almeno si rubava con discrezione.

Cioè, davvero, ma quanto era bello guardare i cartoni che davano al sabato mattina e vedere che facevano schifo rispetto ai classici dell’animazione?

E il militare, ne vogliamo parlare? Che ora non c’è più, ma almeno quando ho fatto la leva io ci si poteva lamentare di come non lasciassero più fare gli scherzi in camerata, che una volta quando il ragioniere era a naja gli hanno infilato la testa nel cesso e hanno tirato l’acqua così a lungo che quello ha perso i sensi e hanno dovuto fargli la respirazione senza marcare visita che se no erano tutti consegnati. Ma poi tutti amici come prima eh? In licenza gli hanno offerto uno spritz e quanto si è divertito, una volta gli hanno pure fatto sparare! Ma già quando ho fatto il servizio io le cose non erano più come una volta.

Al giorno d’oggi, nulla di tutto ciò è possibile, anche la nostalgia è efficiente e asettica: se abbastanza persone lo richiedono, ritorna il Winner Taco; nostalgici degli anni ‘30 li scimmiottano invece di limitarsi a ricordarli con tenerezza e nessuno dice niente; la televisione è tutta una retrospettiva dei programmi di una volta; schiaccio un pulsante e chiunque può parlarmi di come si stesse meglio quando si stava peggio.

Ma abbiamo perso l’anima riportando in vita il passato? Come posso andare avanti, in questo presente di merda, se mi rubano un irraggiungibile tempo che fu a cui mi possa aggrappare, come il gatto che scivola lungo la tenda su cui si è arrampicato?

Andrea Belluati

Una riforma al mese

È il momento di riforme. Nell’aria c’è vento di cambiamenti, di rivoluzioni, di veri e propri sconvolgimenti epocali.

Seguendo lo Zeitgeist, molti legislatori sentono il bisogno di riformare la società verso un modello più moderno, più al passo con i tempi; peccato che si sia in una democrazia e quindi si debba considerare un certo blocco elettorale, molto influente e sostanzioso, composto da elettori la cui massima aspirazione è farsi gli affari altrui.

Ciò non ha scoraggiato i nostri riformatori che, esperti nell’arte del compromesso (l’arte di scontentare tutti facendo in modo che una delle parti non si accorga dell’inculata), hanno ideato un pacchetto di riforme che potrà essere apprezzato trasversalmente dai vari schieramenti che rappresentano il popolo di santi, poeti e navigatori.

Matrimonio omosessuale

Svolta storica: è riconosciuto il matrimonio fra persone dello stesso sesso, ma non potranno divorziare.

Adozioni da parte di omosessuali

Coppie omosessuali potranno adottare bambini, purché omosessuali anch’essi. Sarà la magistratura, caso per caso, a decidere l’orientamento sessuale dei minori.

Eutanasia

Eutanasia liberamente richiedibile, che il medico dovrà effettuare tramite roulette russa insieme al paziente.

 Aborto

L’aborto diventa libero ma solo retroattivo: la madre ha tempo fino all’esame di maturità per richiedere l’intervento del ginecologo o di una signora anziana con un ferro da calza.

Droghe leggere

Legalizzazione delle droghe leggere per i maschi bianchi ed eterosessuali.

Droghe pesanti

La definizione di droga leggera o pesante sarà raffinata in seguito all’asta di Stato in cui si chiederà alle organizzazioni filantropiche radicate sul suolo italiano di dividersi i monopoli di varie sostanze. Le droghe che saranno assegnate a Sacra Corona Unita, briganti lucani e mafia albanese saranno quelle leggere. Pene immutate per detenzione e consumo di droghe pesanti.

Pena di morte

Ritorno della pena di morte nel codice penale, che il giudice comminerà in base ai risultati del televoto. In alternativa commutabile a 20 anni di pubblico delle trasmissioni di Barbara D’Urso.

Zingari

Amnistia plenaria a individui di etnia Rom o Sinti esercenti di attività criminose, a patto che agiscano indossando una tuta mimetica per l’ambiente urbano. Incentivi alla comunità che accetterà di essere vittima del pogrom annuale.

Crocifisso nei luoghi pubblici

Dietro richiesta del personale o dei genitori (per le scuole), sarà possibile appendere ogni simbolo religioso nei luoghi pubblici, purché a un livello inferiore a quello del chiodo del crocifisso.

Prostituzione

Riconoscimento della prostituzione come professione e sua regolamentazione; i rapporti dovranno essere a fine procreativo.

Quote rosa

Almeno il 50% delle donne assunte dovranno stappare chinotti ai propri superiori. Esenzione se ritenute troppo cozze.

Cittadinanza

Cittadinanza automatica a immigrati che affogano nelle acque territoriali italiane. Verranno date loro le carte d’identità e i passaporti di traditori italiani che lavorano all’estero.

Cittadinanza (2)

Proposta alternativa, che prevede la cessione di Lampedusa alla Tunisia o a Malta.

Comitati scientifici

Saranno vincolanti i sondaggi online su nuove ipotesi scientifiche.

8×1000

Solo tre le confessioni a cui sarà possibile destinarlo: Chiesa Cattolica, Juventus FC, Apple Inc.

Corruzione, evasione fiscale e altri reati.

Per ultimo, il capolavoro di mediazione politica, dell’On. Gaspare Cerchiobotti: inasprimento delle pene (fino a 30 anni di call center di Remail, quella pubblicità delle vasche con i due che urlano come aquile o fino a 10 anni cazziati da Travaglio) ma solo se le FdO riusciranno a catturare il reo prima che entri in una qualsiasi sala scommesse e urli “liberi tutti!”.

 Andrea Belluati

èBiella scatti di futuro

Biella, piccola cittadina vicino Torino;famosa in passato per le sue lucrose attività manifatturiere, legate soprattutto al settore tessile e meccano-tessile. Oggi il panorama biellese è pieno di capannoni, fabbriche inutilizzate e macchinari arrugginiti, testimoni della vecchia forza della città. La Città di Biella si trova di fronte ad un bivio: accettare il declino, rassegnandosi a gestire quel poco di occupazione manifatturiera che rimane; oppure tornare ad immaginare e raccontare un futuro per il suo territorio, raccogliendo la sfida dell’innovazione, della trasformazione e della rigenerazione urbana.

In questo scenario si posiziona il progetto  “È Biella”, creato dall’ Associazione StileLibero e Fondazione Biella Domani. Il progetto ha l’ambizione di ridare speranza alla città di Biella, dimostrando con tre semplici sale, il racconto del territorio di ieri, quello di oggi e anche un laboratorio che, promosso con la Fondazione Pistoletto, coinvolgerà i cittadini in un confronto diretto per ripensare gli spazi urbani e il paesaggio della propria città. In più è stato indetto un contest per giovani fotografi, con relativo bando di concorso, ai quali verrà chiesto di cogliere, attraverso approcci diversi, il volto di Biella oggi, “ponendo attenzione tanto alle esperienze di riqualificazione e rivitalizzazione che hanno investito la città negli ultimi anni quanto alle nuove (o vecchie) situazioni di degrado urbano”.

Il progetto “È Biella” può essere esportato ad altri tipi di realtà e di città, in cui sono presenti elementi di riqualificazione o di degrado urbano. Con l’idea che” i temi della rigenerazione urbana, della riqualificazione e della creazione di spazi pubblici e della pianificazione territoriale non sono una variabile dipendente di altre politiche di sistema, ma possono essere il perno intorno al quale costruire un’idea di rilancio e sviluppo della città”.

link al progetto: http://ebiella.com/bando/

Valerio Monteleone

Una riforma che non serve

Al momento, il quadro relativo alla legge elettorale è il seguente. La proposta di legge avanzata dal Pd, che ha incontrato il favore di Forza Italia, riguarderà solo l’elezione della Camera. La legge elettorale per il Senato, invece, non sarà modificata, perché si aspetta che venga approvata una legge di revisione costituzionale che “abolisca” il Senato. Più precisamente, si aspetta che venga discussa e approvata una legge costituzionale che modifichi il sistema di elezione del Senato: non più 315 senatori eletti dal popolo, ma un Senato composto dei sindaci dei comuni capoluogo di Provincia, e di cittadini di particolare fama e competenza nominati dal Capo dello Stato (come oggi avviene per i Senatori a vita). Ebbene, tutta l’operazione è fortemente discutibile e, per certi aspetti, grave sotto il profilo costituzionale: questo giudizio vale per la recente decisione di discutere e approvare la legge elettorale solo per la Camera, ma anche – per certi versi – per il progetto stesso di riforma del Senato. Il problema, qui, non è tanto il merito delle proposte, quanto l’idea che si ha della Costituzione. La quale, in teoria, è la norma giuridica più importante del nostro ordinamento, è la norma con la quale nessuna legge può contrastare, ed è anche – ma questo è un giudizio politico – la norma in cui si riconosce tutta la comunità di persone che si riconoscono nei valori della Repubblica nata dalla Resistenza. La Costituzione è, ovviamente, modificabile: lo prevede la Costituzione stessa. Ma se si procede a modificarla senza che ci sia una necessità oggettiva e concreta, se la si modifica perché – semplicemente – la maggioranza del Parlamento ha intenzione di modificarla, sorge un problema: a prescindere che la modifica sia o meno condivisibile. Sorge un problema che è soprattutto politico, e in minima parte giuridico: se la Costituzione può essere modificata a piacimento, senza una necessità, allora la Costituzione assume politicamente la stessa rilevanza che può avere una legge ordinaria. Che è appunto modificabile a piacimento, anche se con una procedura più semplice e più breve rispetto alla Costituzione, la cui modifica richiede due votazioni per ciascuna Camera, con un intervallo di almeno tre mesi tra una votazione e l’altra. La riforma del Senato è una modifica di cui, sostanzialmente, non si avverte la necessità; si avverte semmai la necessità di riformare la Costituzione in materia di procedimento di esame e approvazione delle leggi, e in materia di rapporto di fiducia fra Parlamento e Governo. È vero che l’Italia è l’unica nazione d’Occidente, assieme alla Polonia, ad avere due Camere con identiche funzioni. In nessun’altra nazione il Governo ha bisogno della fiducia di entrambe le Camere e in diverse nazioni – Francia, Germania, Olanda, Austria – i membri di una delle due Camere non sono nemmeno eletti dal popolo. È altrettanto vero, però, che il fatto di avere due Camere con uguali funzioni non porta nessun problema concreto. L’unica, vera, complicazione data dal bicameralismo consiste in un procedimento legislativo lungo: ogni proposta di legge richiede l’assenso di entrambe le Camere, e non è approvata finché le due Camere non producono un testo identico. Si potrebbe dire che in Italia il problema non sono certo le troppe poche leggi, anzi il contrario. Ma il vero elemento da ricordare è che tutti i grandi Paesi occidentali hanno due Camere, e soprattutto che in tutti questi Paesi le due Camere partecipano all’esame e all’approvazione della legge. Il problema, dunque, non è che ci siano due Camere, o che il Senato sia eletto dal popolo – può tranquillamente continuare ad esserlo! – ma che, nei grandi Paesi occidentali, la Costituzione prevede un iter di esame e approvazione della legge secondo il quale una delle due Camere ha l’ultima parola. L’altra differenza è che negli altri Paesi una sola delle due Camere vota la fiducia al Governo. Ma anche questo, in realtà, non è necessario. È infatti sufficiente introdurre meccanismi che rafforzino il Governo rispetto al Parlamento. Spagna e Germania ad esempio prevedono la “sfiducia costruttiva”: una volta nominato il Governo, questo non può essere sfiduciato, se il Parlamento non indica un successore. In sostanza, la riforma del Senato non è necessaria, e costituirebbe un precedente per certi versi pericoloso sul piano politico, autorizzando la revisione della Costituzione in assenza di una necessità. L’unica vera, possibile ragione per riformare il Senato dipende, appunto, dalla legge elettorale. Poiché il Senato ha una base elettorale diversa dalla Camera, c’è il rischio – teorico – che si formino maggioranze diverse fra le due Camere, e che non sia possibile, per il Governo, avere la fiducia di entrambe. In realtà questo rischio esiste solo se la legge elettorale prevede il “premio di maggioranza”, per cui il partito o la coalizione che ottiene anche solo un voto in più degli altri ha la maggioranza assoluta. Si creerebbero così diverse maggioranze fra Senato e Camera. Storicamente, solo una volta, nel 2006, Senato e Camera hanno visto la vittoria di due diverse coalizioni: sinistra alla Camera, destra al Senato. A ben vedere, però, non si può parlare di “diverso risultato”: entrambe le coalizioni hanno vinto per pochissimi voti. Di fatto, sia la Camera sia il Senato hanno visto un “pareggio”. Solo il meccanismo del premio di maggioranza ha portato ad avere maggioranze diverse. Ma proprio per questo si tratta di un meccanismo irragionevole, tale da trasformare un pareggio in una vittoria per una parte o per un’altra. Ad ogni modo, non è questo il problema. Questo è un caso in cui l’applicazione della legge, rispetto alla Costituzione, può creare difficoltà. Ma se la Costituzione, per definizione, è la norma principale, con cui nessuna legge può contrastare, dovrebbe conseguirne che, in caso di contrasto fra legge e la Costituzione, deve essere cambiata la legge. In questo caso, invece, si modifica la Costituzione per potere applicare una legge ordinaria. Questo significa che la Costituzione viene messa sullo stesso piano di una legge, e addirittura viene subordinata ad essa. Sul piano giuridico – si ripete – la modifica della Costituzione è consentita; l’unica revisione vietata è quella della forma repubblicana. Ma sul piano politico, e per certi versi su quello logico, resta che viene messo in dubbio il significato giuridico della Costituzione rispetto a tutte le altre leggi. Esiste un precedente: la modifica dell’art. 51 della Costituzione, per consentire l’approvazione di una legge elettorale che garantisse le pari opportunità fra uomo e donna. Con la differenza che, in quell’occasione, venivano promosse le pari opportunità, in diretta applicazione dell’art. 3 della Costituzione e del principio di uguaglianza. In questo caso, invece, non viene promosso alcun valore costituzionale. C’è solo la voglia di “agire”. Senza che siano considerate le conseguenze dell’azione

Nicola Dessì

Lo spirito di una manifestazione, i perchè del 9 Dicembre

img1024-700_dettaglio2_Forconi---Torino-Piazza-CastelloBlocchi stradali e ferroviari, assalti urbani, presidi, cortei, volantinaggi. In questi giorni, l’Italia si è bloccata a causa della mobilitazione dei Forconi.  A Torino, lunedì 9 Dicembre sono stati indetti tre presidi che hanno bloccato la viabilità della città, causando non pochi problemi a chi invece non aderiva allo sciopero. La manifestazione, partita come un corteo pacifico, si è rivelata nei giorni a seguire una vera e propria guerriglia urbana. Ma chi c’è dietro questa rivolta di piazza, e quali sono le rivendicazioni portate avanti? Per provare a capirci qualcosa in più su questo movimento prima di tutto bisogna fare un passo indietro e tornare al gennaio dello scorso anno, quando una serie di manifestazioni e di presidi aveva bloccato in parte la circolazione delle merci in Sicilia e lanciato la protesta dei Forconi.  fin dall’inizio viene presentata come una protesta più o meno spontanea contro “lo Stato che ci vuole distruggere e la Regione che ci ha dimenticato”. A mobilitarsi agricoltori, pastori, ma anche operai ed autotrasportatori, gente che si definisce “né di destra né di sinistra, ma le vittime del sistema che non vogliono morire di depressione né suicidarsi“. Il nucleo originario è costituito da associazioni di autotrasportatori, categoria tra le più provate dalla crisi economica, nonché da altri gruppetti di categorie più o meno dipendenti dall’intervento pubblico. In partenza quindi, il movimento  era di origini meridionali, ma col tempo si è divulgato a macchia d’olio in tutta Italia prendendo aspetti sempre più controversi. Il movimento rifiuta l’appartenenza politica e sottolinea i caratteri spontanei della protesta ed una costruzione dal basso, soprattutto attraverso i social network. La loro protesta conta diversi punti:

Si  protesta contro “il Far West della globalizzazione, che ha fatto sparire il lavoro. L’Italia si  ferma perché ci hanno accompagnato alla fame“.

I Forconi sono contro questo modello di Europa e lottano per riprendersi la sovranità dei popoli e quella monetaria. C’è chi sostiene che bisogna uscire dall’euro, e chi propone la creazione, accanto all’euro, di una moneta locale complementare. In sostanza, si chiede un referendum. I Forconi indicono la protesta per “riappropriarci della democrazia” . C’è ,inoltre,una mobilitazione contro il governo, un governo di “nominati“, e per tornare a votare prima possibile con una nuova legge elettorale e infine, per difendere la nostra dignità, contro le politiche di austerità.

Torino ha assistito ad una manifestazione controversa, una manifestazione tra “pacifici”, gente comune che scende in piazza per difendere la propria dignità, il proprio lavoro e il proprio futuro, e i “violenti” persone che non credono che una manifestazione pacifica possa cambiare qualcosa. I primi li vedi, con gli occhi lucidi di chi spera in un futuro migliore; li riconosci, sono uomini e donne che chiedono un lavoro dignitoso, una casa e un futuro per i loro figli; sono giovani che chiedono di non dover emigrare dai loro affetti per non patire la fame; sono liberi professionisti e commercianti che chiedono di diminuire le tasse per poter vivere serenamente la loro vita; sono cassaintegrati che chiedono libertà; sono dipendenti che chiedono un salario dignitoso; sono poliziotti che si schierano dalla parte del popolo. I secondi sono ciò che l’Italia non vuole.

Di ciò che mi porto a casa dall’esperienza dei Forconi è sicuramente di un’Italia che non sta più al gioco politico, un’ Italia che grida unita la voglia di rivalsa, la voglia di farsi sentire!

Quello che non scorderò è un ragazzino di 18 anni che, una volta preso in mano il microfono per far sentire la sua voce, a ricordato a tutti noi che “politico” viene dal greco “polis” , popolo, questo perché noi e solo noi, possiamo cambiare le regole impostaci dal governo.

Il 9 dicembre mi ha ridato la voglia di crederci, per me, per il mio futuro e per chi ci crede insieme a me!

Ricordiamoci che ribellarci verso i soprusi è un dovere, ma una ribellione violenta è essa stessa un sopruso.