Archivi categoria: La legge dell’ortica

Pungente, irriverente, la rubrica che raccoglie i nostri autori più tormentati interiormente

Dear Camilla

(Premessa per chi non sia a conoscenza dei fatti: una nota conduttrice si occupa di un nuovo programma su un noto canale, il cui tema è: consigli sul vestirsi. Una formula innovativa, mai vista, pronta a scuotervi dai vostri divani. Il soggetto di questi consigli sono ragazze adolescenti cooptate con la forza nei centri commerciali di tutta Italia. Successivamente vengono picchiate dalla conduttrice, la quale dopo averle educate sul come conquistare il loro oggetto del desiderio, le ributta nel mondo reale. Finisce senza sapere se ci sia o meno un Happy Ending, con annesse canzoni Disney.)

Cara Camilla.

Ti ammiro. No sul serio, ti stai prendendo una bella grana. Lo spirito titanico, il volersi lanciare a cento kilometri all’ora contro il muro di gomma del nostro tempo, insomma, non sono cose comuni alla massa. Stai scatenando un bel tifone! Giornalisti, Siti Internet, la conduttrice stessa, sono tutti infoiati a darti notizia, a voler scatenare un dibattito. Che grana che ti sei presa! Sfrutta bene questi 5 minuti che ti rimangono.

Devo dirtelo però. Il tuo modo non mi piace molto. E non penso neanche che tu te la stia prendendo con le persone giuste. Tutti quelli che ti contestano nelle loro critiche spiccano più che altro per il benaltrismo (ci sono altri problemi, come puoi dire questo mentre in Africa la gente muore e via dicendo). Io invece voglio proprio colpire il nucleo del tuo messaggio.

Ti scagli contro questo programma, e per il messaggio che tu pensi che porti, ne vorresti la chiusura.

Camilla, ma sei proprio sicura che sia il programma in sé per sé da additare? Il problema è quel 3% di share che prende? Siamo davvero certi tutti noi che abbiamo firmato la tua petizione che la sua eliminazione cambierebbe qualcosa, alla fine?

Spegniamo tutti per un attimo la televisione. Stacchiamoci da Internet e dall’annesso e connesso. Sono solo mezzi, amplificatori di un messaggio di base. Passiamo un attimo di tempo fra i nostri coetanei, noi firmatari. Parliamoci. Eh sì, ci sono dei modelli a cui dovremmo adeguarci, ci sono vestiti da indossare, chili da pesare, persone da ammirare e via dicendo. Anche togliendo qualunque mezzo di rafforzamento del messaggio, oramai fa parte di noi.

Insomma, siamo proprio certi che la ragazza non era minimamente conscia del fatto che sì, la conduttrice le avrebbe detto che sbaglia tutto? Pensava davvero che le avrebbe chiesto di ascoltare assieme a lei il disco dei Tokio Hotel? Perchè proprio questo programma, Camilla? Perchè proprio questo programma, oltre trentamila firmatari? Cosa ha di diverso da ciò che quotidianamente ci propone il circo mediatico?

Giornali che ti danno spazi, quando pubblicano i servizi di moda. Insomma, gli stessi giornali che spesso e volentieri scrivono panzanate, ora ti vogliono semplicemente usare come una contendente in un dibattito che, francamente, non vedo.

Come puoi dibattere con il sistema, come puoi anche solo pensare che esso ti dia una risposta sensata o che almeno prenda coscienza del fatto che esso modifica la realtà a suo piacimento, stabilendo dei canoni a cui tutti possono aspirare e solo chi la natura ha gratificato può raggiungere.

Non è chiudere un programma che cambia le cose. E tu, che studi scienze dell’educazione, dovresti saperlo più di noi tutti. Non è una imposizione dall’alto, non è nemmeno un diktat che modifica la cultura in cui viviamo. È una lotta impari quella che stai sostenendo in queste ore.

Camilla, vuoi cambiare veramente qualcosa? Chiedi parola a questi giornali che parlano di te. Questa tua denuncia sociale deve essere un punto di partenza. Dai, lo sappiamo entrambi che si parla di fiducia in se stessi alla fine. Con questo non dico che si debba tutti essere dei palloni rotolanti perchè siamo pigri, o che non ci si debba lavare o peggio giudico chi segue la moda e ci spende anche un sacco di soldi.

Voglio solo dire che tutte queste torture a cui la nostra società giorno per giorno si sottopone dovrebbero, almeno, avere come fine ultimo la fiducia in se stessi. Mi sembra che ce l’ abbia, Camilla. E allora cerca di rendere più gente possibile partecipe della suddetta, perchè solo questa in ultimo potrà cambiare le cose, non di certo la chiusura di un programma.

 

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Il tuo villain

Una volta leggevo moltissimo. Tre, quattro libri al mese. Poi arriva l’università e mi tira una fortissima testata, così divento scemo e inizio a leggere di meno. Io i fumetti li ho sempre corteggiati dagli espositori delle edicole. Non li ho mai presi perchè mi sarei sentito un po’ scemo. Così la mia salvatrice mi regala i primi cinque numeri di Capitan America. Dio, salvatrice in tanti ambiti, qui mi ha dannato. Inizia la mia discesa nel mondo della nona arte, tra Batman e Spiderman, Iron Man, Thor e lanterne varie. Il topos più ricorrente, sotto diverse forme, è l’eterna antitesi fra il supereroe e la sua antitesi, l’arcinemico, il villain. Per carità, a parte qualche arco la maggior parte si discostano dalla semplice dicotomia bene-male, giusto-sbagliato. Ironicamente trovo molta più criticità verso il sistema America nei comics che nelle fiction italiane. Togliendo il messaggio dello scrittore, le dinamiche dello scontro, le illustrazioni, insomma, arrivando al nucleo della questione si trovano spesso due soggetti con lo stesso obbiettivo, ma con un modo opposto di raggiungerlo. In una saga, Civil War (di cui consiglio la lettura a tutti), troviamo contrapposti due personaggi chiave del mondo Marvel: Iron Man e Capitan America. Per amor di brevità, la questione si riduce alla seguente: un evento sconvolgente spezza l’opinione pubblica sulla legalità o meno dell’identità segreta dei supereroi. L’uomo di ferro si schiera a favore di una legge che “regolamenti” questa questione, il Capitano invece ritiene sia una legge fascista. Stesso obiettivo: la salvezza dei cittadini. Metodi diversi, motivi dissimili, stesso fine ultimo. Bene, tutto questo panegirico per presentarmi: io sono il tuo arcinemico, il tuo villain. Quando si parla di politica con me non mi limito a farti capire cosa sbagli, ti innervosisco perchè sono il tuo esatto opposto. Non credo nelle ideologie. Non credo nel post-ideologico. Mi danno fastidio tutti, e prima di fare una opinione mia sono disposto ad affermare l’esatto opposto fino al secondo prima. Mi arrogo il diritto di cambiare idea, mi arrocco sulla mia fortezza e sparo senza farmi problemi. Non sono politically correct, non sono ottimista e sopratutto sono disposto ad accettare compromessi. Sì, i compromessi, li accetto senza sentirmi in colpa. Già, per me il fine giustifica i mezzi. E no, non mi faccio problemi a dirti in faccia che stai dicendo una gran stupidaggine. Insomma, magari ci impiego un attimo, ma dai miei lineamenti si capisce subito come la penso. Se parli con me e ti chiedi “ma lo pensa davvero?” la risposta è no. Il mio sguardo parla per me. Insomma, spero di riuscire a farvi incazzare, a darvi fastidio e a farvi mettere in dubbio tutto ciò in cui credete. O se non sarò così bravo, semplicemente a darvi fastidio.

Luca Nobili

Numero chiuso alle università

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Mi ricordo ancora l’enfasi del primo giorno. La prima volta che sono entrato alla Facoltà di Scienze Politiche, il contatto con una realtà completamente nuova, con il mondo dei “grandi”, cosi lontano da quell’ottuso e rigido mondo scolastico che non mi apparteneva più. Di quel giorno mi ricordo, tra le tante cose, una frase che mi disse uno degli studenti: “in questa Facoltà non vi è il numero chiuso, perché noi crediamo che l’istruzione debba essere aperta e libera a tutti”. Era il 2010. Oggi sono passati 4 anni, sono laureato da un bel pezzo e questa frase mi sembra uno stupido slogan retorico. Che cosa è successo nel frattempo?

Probabilmente sono diventato più vecchio e, si sa, quando si invecchia si diventa cinici. O forse sono semplicemente stanco di far parte di quel 41% di disoccupati tra i 18 e i 25 anni, al punto che quasi quasi vorrei tornare indietro e dire al me stesso giovane e idealista “ non farlo!”. Ho studiato duramente, per poi non vedere il frutto dei miei sforzi ripagato, cosi come molti miei coetanei. La domanda che mi pongo io è: che cosa succederebbe se, invece che 200 laureati all’anno per facoltà, ne uscissero 20 o 30? Probabilmente qualcosa cambierebbe. Pensiamo alla semplice regola economica della domanda e dell’offerta: con cosi tante lauree in giro, la laurea ha perso la valenza di prestigio sociale che aveva fino a 30 anni fa, quando una persona laureata era una rarità, e pertanto godeva di un accesso privilegiato al mercato del lavoro. Ora, piaccia o meno, in Italia ci sono sempre più laureati, e il valore di quel titolo di studio si perde sempre di più. Mettiamo in chiaro due cose. Primo, l’istruzione rimarrebbe comunque libera e aperta a tutti, anche con il numero chiuso; le biblioteche sono sempre libere, e con un test ben congegnato la persona avrebbe modo di studiare e documentarsi per i fatti suoi, invece che dover scegliere frettolosamente una facoltà a luglio, col risultato che molte persone cambiano corso di laurea dopo un anno o si disiscrivono perché si rendono conto di non essere portate per l’università. (fosse per me un “gap year” dopo la fine della scuola sarebbe obbligatorio per tutti). Nulla di “fascista”, pertanto, anche se a portare avanti questa battaglia sono spesso i movimenti giovanili legati alla destra e perciò osteggiati dai movimenti giovanili di sinistra (sappiamo come vanno le cose in Italia, non serve che sia io qui a spiegarlo).

Tuttavia, questo sarebbe solo un tampone per un’emorragia ben più grave. Dire che la colpa della mancanza di lavoro sia dei ragazzi che si laureano troppo sarebbe falso e tendenzioso. La verità è che l’Università italiana, come in altri mille aspetti, è rimasta terribilmente indietro rispetto al resto del mondo. Se moltissimi giovani italiani laureati scelgono (leggi: si trovano costretti) ad emigrare, è perché manca la fiducia da parte degli imprenditori nei confronti dei laureati. Quanti di voi si sono sentiti dire “ah sei laureato? E cosa sai fare?” . Non a caso, da un recente sondaggio è stato scoperto che i 30% degli imprenditori crede che un ragazzo fresco di laurea sia pronto per il mondo del lavoro. Questa percentuale sale al 70% tra i professori. E vogliamo parlare della levata di scudi che c’è stata da parte dei “baroni” contro l’insegnamento di interi corsi di laurea in inglese?
Penso che l’insegnamento accademico vada riformato dalle fondamenta. Bisogna rendere i corsi universitari più attinenti al mondo del lavoro, spingere molto più sui tirocini formativi, e, cosa fondamentale, aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo. I nostri professori universitari, purtroppo, hanno per la maggior parte un’età avanzata e vivono in un mondo che ormai non esiste più, e questo rende difficile un possibile cambiamento. In tutto questo, il numero chiuso potrebbe essere una delle tante possibili opzioni per rendere possibile questo cambiamento, ma non certo l’unico e sicuramente non inserendolo in maniera arbitraria senza apportare i cambiamenti di cui sopra. Un mio amico diceva spesso che, se attaccassero i dati di Almalurea riguardanti le percentuali di occupazione a 1,2 e 5 anni dopo la laurea, molti corsi si spopolerebbero. Senza bisogno del numero chiuso.

Giulio Passarella

La caduta di Cota e la presa della Regione: “changer tout le monde pour rien changer”

998141_10202422598238505_2042107141_nRoberto Cota è stato eletto a Presidente della Regione Piemonte con il 47% di voti (1043318 voti totali presi), nel 2010. L’uscente Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso aveva preso il 46% di voti. Subito si gridò allo scandalo, accusando Cota, giovane rampollo della Lega Nord, di aver falsificato 12000 voti. La presidenza Cota non è delle migliori, tagli ai servizi pubblici, tagli all’EDISU, tagli alla cooperazione internazionale (interessante caso in cui Roberto Cota tagliò completamente tutti i fondi previsti). Nell’aprile 2013 è indagato per peculato e finanziamento illecito dei partiti. Nell’ambito dell’inchiesta della procura di Torino sui rimborsi dei gruppi parlamentari.

Dopo quasi quattro anni dall’elezione di Roberto Cota a Presidente della Regione il TAR ha decretato, con una sentenza del 10 gennaio 2014, l’annullamento delle elezioni regionali del 2010, che hanno portato il rampollo leghista ai vertici della politica regionale piemontese. Tutta colpa della lista collegata alla candidatura di Cota “Pensionati per Cota”, inficiata di aver falsificato le firme e quindi decretando l’annullamento dell’elezioni.

Credo che ormai la domanda sorga spontanea: “Cioè noi per 3 anni abbiamo avuto come Presidente del Piemonte un truffatore?” La risposta è altrettanto spontanea:”Si”.

Sono 3 anni che Cota e le sue politiche di ridimensionamento del debito stanno distruggendo la linfa vitale di questa regione, politiche che non poteva neanche fare, alla luce della sentenza TAR.

 La questione di Cota e delle firme false è solo la punta dell’iceberg che è la politica italiana oggi. Quanti casi abbiamo sentito di politici che mettevano nel calderone dei rimborsi elettorali fatture di Nutella, cene a base caviale, tablet rimborsati il doppio del loro prezzo di mercato e così via. In questi anni la politica italiana sta vivendo uno dei suoi periodi più bui. Le persone non capiscono più nulla e c’è un’ignoranza diffusa su che cos’è la politica, quale dovrebbe essere il suo ruolo nella società e ancor più grave se la politica deve intervenire direttamente nella società o nel mercato.

Un altro aspetto fondamentale da non scordare e su cui ritengo non sia stato messo l’accento è il fatto che Cota sia caduto non per lo scandalo Rimborsopoli, ma per la questione delle firme false. L’azione legale della Bresso è sicuramente legittima, ma come mai torna alla ribalta solo nel momento in cui lo scandalo delle spese pazze della Regione imperversa? Forse questo processo è stato velocizzato proprio per cavalcare l’onda mediatica dello scandalo? Fino a che punto l’informazione è in grado di manipolare la giustizia?

Una riflessione che mi sento di fare è che, alla luce di quanto accaduto, pare che stiamo assistendo alla vittoria della giustizia e dei cittadini, quando è più che altro una causa portata avanti dall’alto dalla Bresso e ben supportata dalla sinistra. Che potere e che rilevanza hanno i cittadini in tutto questo? Non si vuole certo negare il fatto che giustizia sia stata fatta, ma i cittadini hanno ben poco di cui gioire. Volendo fare un paragone con la rivoluzione francese, la Bresso è Tayllerand, il PD l’alta borghesia, la Lega il clero e il proletariato il proletariato (o piccola borghesia). Trovate le differenze.

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                                         Valerio Monteleone e Giulio Passarella