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A sentimental journey

“…Gonna take a sentimental journey…” è la prima frase che mi viene in mente quando sento il nome di Ella Fitzgerald.
“A sentimental journey” è stata la prima canzone di Ella che avessi mai ascoltato e rappresenta un momento sospeso della mia infanzia, intorno ai 6, 7 anni quando ogni tanto, di sera, mia madre impastava la pizza, Ella le faceva compagnia e nel naso penetrava l’odore della farina. Per lei quel jazz e quello swing rendono qualsiasi ambiente confortevole e casalingo. Per me Ella significa sì, casa, ma anche grand soirée, e lustrini, e luci, ed eleganza, e tanta passione.
Questa canzone fu registrata negli anni 40 del secolo scorso, e la sua fortuna è data, oltre che dalla sua spiazzante raffinatezza, anche dalle interpretazioni azzeccate e dal motivo molto orecchiabile: non è un caso che appena dopo la sua pubblicazione divenne una delle canzoni americane più popolari!
Indubbiamente ognuno ha cercato di personalizzarla il più possibile, tanto che la versione di Dinah Shore, ad esempio, si discosta moltissimo da questa di Ella qui proposta, parlando anche di “rock ‘n’ roll”.
Il testo parla di un tanto atteso viaggio in treno, per lasciare che i ricordi cari riaffiorino e tornare a casa. Si partirà alle 7.00 e si conteranno le miglia che riporteranno in vita bei ricordi.
Personalmente trovo questa versione di Ella molto, davvero molto elegante, nulla è scomposto e l’insieme è pacifico, è una carezza, un dolce dondolare con il corpo. I fiati brillano e ogni tanto attirano l’attenzione ma non disturbano, anzi sono perfettamente inseriti con gusto, e a volte mi sembra quasi vogliano dare una lucidatina al vagone del treno in arrivo…

Ps:
il link youtube è qualitativamente pessimo, ma chissà… magari sarà un incentivo per acquistare la canzone on-line o, perchè no una raccolta intera…scommetto che non ve ne pentirete;)

Fiorenza e illustrazione di GIorgia Faga,

Heroes

Bowie, personaggio poliedrico e terribilmente affascinante (gli inglesi dicono “terrific”, con una leggera smorfia sulle labbra che a loro piace tanto) scrisse questa canzone nel 1977 grazie alla collaborazione con il brillante Brian Eno, appena dopo un periodo pieno zeppo di alcol e “white Stardust” (forse Ziggy vedeva davvero i ragni da Marte in quel periodo).

Peter Gabriel ha deciso di rendergli omaggio, inserendo “Heroes” tra le fila dei brani-cover del suo album uscito a metà febbraio del 2010.

Ex-Genesis, Peter Gabriel intraprende una brillante carriera solista e dimostra di avere una sensibilità molto raffinata e innovativa, ha saputo fondere folk, rock ‘n’ roll e world music donando un’ impronta personale non indifferente.

A mio giudizio strettamente personale e basato puramente sul mio gusto musicale individuale, Gabriel reinterpreta completamente il pezzo storico di Bowie, reinventandolo e trasmettendo una sensazione più intima, vuoi per alcuni versi quasi sussurrati, vuoi per un’interpretazione più “parlata” del testo, rispetto al “grido” di Bowie che deve sovrastare gli archi quasi mononota della sua versione del ’77.

Questo brano cantato da Gabriel è in crescendo; all’inizio archi delicati preparano il terreno su cui la voce pianta piccoli semi che germogliano presto grazie agli archi più caldi della seconda strofa e dei ritornelli successivi. C’è più consapevolezza del significato del testo da parte di Gabriel, ma credo che ciò sia dovuto, appunto, dalla sua interpretazione più personale. C’è anche una punta di disperazione, la stessa che mi trafigge da parte a parte quando sento i refrain e lo special cantati da Bowie, con le sue grida sempre composte, da buon aristocratico, White Duke.

Gli archi, soprattutto nel finale, sembrano dover ancora smaltire tutta la carica espressiva e dolorosa del poter essere “eroi solo per un giorno”.

Sì, adoro questa canzone. E non sarà l’ultima volta che tirerò in ballo Bowie. Le sue canzoni hanno così tanto da dire.

Il suono del silenzio

Il 10 marzo 1964 veniva registrata “Sound of Silence”, una poesia in musica del duo Simon and Garfunkel dal profondo significato umano.

Questa canzone fu la prima hit del duo che al tempo aveva cominciato ad esibirsi nei locali folk del Greenwich Village, un quartiere di Manhattan.Era anche il tempo della sanguinosa guerra in Vietnam, e benchè Simon non avesse scritto il testo contro la guerra, le persona interpretarono e associarono la canzone alla non violenza.

Paul Simon impiegò ben sei mesi a scrivere il testo della canzone, e il primo verso si riferisce a lui stesso, quando, da ragazzino, si chiudeva in bagno a cantare approfittando dell’acustica raccolta e del riverbero particolare per sentire risuonare la sua voce.
Sound of Silence ha un’atmosfera sospesa e dolce, ma anche malinconica, e presenta l’antitesti tra luce-buio, l’incapacità di comunicare delle persone che non osano più rompere la bolla del silenzio per esporre i loro sentimenti nascosti. Quando la comunicazione fallisce, l’unico suono è quello del silenzio che trionfa.
Il silenzio è paragonato a un cancro, che cresce più ci si chiude in se stessi; si parla superficialmente, Simon dice che “si sente senza ascoltare”…

Vi propongo una versione interpretata da un giovane talento, una ragazza Islandese, Emilìana Torrini. Ascoltiamola, rompiamo i muri del silenzio.
Ogni giorno.

Fiorenza